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Memorie dell’Avv. Giovanni Forte

Nacqui in casa di mio nonno al quinto piano di via Formale 37 a Napoli (secondo l'anagrafe il 1° gennaio 1896, ma, secondo mia madre, cinque giorni prima e cioè il 27 dicembre 1895 ) perché la mamma fu sorpresa dalle doglie del parto mentre si recava da suo padre.
Essa di chiamava Maria Grazia Ercole figlia di Luigi e di Anna Nardi ed era nata nel 1853 (2.7.1853).
Mio padre Giuseppe era figlio di Francesco e di Fortunata Violante ed
era nato a Napoli nel 1854 (17.3.1854).
Aveva un fratello Francesco ed una sorella Lucia maritata poi a
Gargiulo, di cui qui a Milano ho conosciuto il figlio che dirigeva il Regio
di Torino.
I miei ricordi più antichi sono pochi : vedo un bambino correre verso
una staccionata ferroviaria al passaggio del treno, che doveva essere
la Circumvesuviana, perché fui a nutrice (mamella) fino a tre anni a Pomigliano d'Arco, come allora si usava.

Mio fratello Francesco, di sei anni più anziano di me, mi raccontava del mio rientro in casa.
Avevo un berretto di lana rosso in testa e mio padre rivolgendosi alla nutrice disse : "Quant'è brutto questo bambino !" ; al che rivoltandosi la mia nutrice replicò : "Signurì che dicite, chistu tien
l’ uocchie da Madonna 'e Monte Vergine" i grandi occhi a mandorla della mia mamma.
Mio fratello mi raccontava che attaccato alla gonna della nutrice dicevo “Mamè piglia ‘a mappata",
il fagotto con gli indumenti, per ripartire con lei.
Vedo poi un casone di campagna assai più grande di quello che è in realtà e che doveva essere
la casa di campagna degli Ercole a Torre del Greco.
Vedo infine due scavezzacolli infilarsi nelle onde altissime del mare e altalenare tra di esse
incoscienti e senza paura alcuna e dovevano essere le onde del mare davanti al fondo di Torre
del Greco.
Fui chiamato Giovanni Giuseppe ad onore di mio zio Giovanni che aiutò la mamma nell'ultimo tratto
della scala (106 scalini) per arrivare alla casa del nonno sotto le doglie del parto.
San Giovanni Giuseppe è un santo monaco carmelitano di grande fama e filosofo cristiano onorato al corso Vittorio Emanuele di Napoli nei pressi dell'Ospedale Militare e dove inizia ancora una scalinata di molte centinaia di metri, che dal Corso porta al Forte di S. Elmo o S. Martino al Vomero, la Pedemontana di S. Martino dove i miei nonni dovevano abitare prima di passare a via Formale.
Feci bene le scuole elementari (5 anni) e la prima tecnica dove feci raccolta di molti zeri, due e tre,
al punto che smisi e fui messo ad imparare a fare il sarto presso Nicola Ruggiero, amico e sarto
di papà, al 2° piano di via Roma 85 tra piazza della Carità davanti e il mercato in ferro di Monteoliveto.
Un grande colonnato coperto, dove mio padre aveva una fabbrica di anice e un deposito di spiriti
ed anice, delimitava col mercato in ferro coperto una vasta piazza, campo di battaglia di tutti i
ragazzi del luogo e dove a Pasqua attaccavamo al piccolo biroccio in legno, fatto dal nostro
cocchiere, 'o piecoro, l'agnello che più tardi dimagrito dalle vessazioni dei ragazzi passava cotto
a miglior vita.
A tergo del colonnato c'era (e c'è ancora) il Palazzo del 1° Parlamento Napoletano, poi sede della
Corte di Cassazione di Napoli (sino al 1923) e poi Caserma dei Carabinieri: oggi, rifatto tutto il rione, il colonnato e il mercato coperto non ci sono più.
La Correa 'e guantai, tipici vicoli napoletani, è scomparsa per dar luogo al Palazzo delle Poste.
Il mercato in ferro di Monteoliveto cadde con molte vittime e feriti sotto il peso della cenere del
Vesuvio in eruzione nel 1906. Le strade e i terreni erano coperti da almeno 20 cm di cenere.
I miei zii Giovanni e Michele e mio padre uscirono illesi da quel disastro avvenuto poco prima
delle 8 del mattino.
Noi Forte frequentavamo la Cappella di S. Liborio istituita da mio nonno Ercole e mantenuta dalla
famiglia Ercole in via S. Liborio, in questa angusta (e sporca ) via a tergo dell'Hotel dell'Universo.
Come ragazzi più colti del rione eravamo i naturali istruttori della ragazzaglia incolta del rione
alla quale si insegnava la dottrina cristiana.
Reggeva quella chiesa un coltissimo prete, Alfonso Marchetti, che era il bibliotecario (della Biblioteca dei Gerolomini in via Duomo) e predicatore di grande valore : fu lui il nostro padrino alla Cresima.
Facevamo noi gli addobbi della chiesetta nelle varie solennità in particolare il 2 luglio quando
ricorreva la festa della Madonna delle Grazie, a San Giuseppe, a Pasqua e a Natale.
Io imparai a suonare (a stonare più esattamente ) sull'organo guidando il coro dei ragazzi cantori
a messe cantate.
Vincenzo Ercole, mio cugino, tirava i mantici a mano di quell'organo spesso ricevendo qualche
mia pedestre incitamento perché rinforzasse l'andamento della gonfiatura.
Quel fervore religioso ebbe a scomparire d'incanto e per sempre con la pubertà verso i 14 anni.
I richiami sessuali della giovinezza, allettanti con la loro forza invincibile, erano per noi ragazzi,
non saggiamente educati al riguardo, un fatto incompatibile con la religiosità cattolico-cristiana,
che considera peccato ogni fatto di tal genere.
Ad essi voglio dire delle vicende della mia vita.
Volgendo lo sguardo in giro io colgo rapida e velocissima tutta la mia lunga vita e ricordo la cappella di S. Liborio, i sette anni di ginnasio-liceo che feci a Napoli, dove gareggiavo tra i primi e dove colsi, unico su trentasei allievi, precisa risposta già alle prime lezioni di magnetismo e elettricità.
Avrei dovuto compiere ancora un anno per licenziarmi ed invece, credendomi oppresso nella famiglia nell'ansia di farmi avanti, abbagliato da idee sbagliate, scelsi la vita militare e mi arruolai volontario.
Quella notte (1° ottobre 1914) che per la prima volta dormii in branda militare a Caserta capii piangendo quale grave passo io avevo fatto.
Caporale due mesi dopo, sergente dopo quattro, sottotenente il 15.5.1915, feci in tempo a partire da Salerno tra le acclamazioni e i fiori della folla delirante ignara che la gloria della battaglia si doveva conquistare tra solidi reticolati del Carso ed un ammorbante odore di carne in putrefazione, più terribile della morte stessa richiesta ogni giorno a migliaia e migliaia di fanti senza speranza di conquiste.
Mi risuona ancora nelle orecchie l'ordine del giorno di Cadorna di fine giugno 1915 secondo il quale si sperava di arrivare con gli avamposti a Doberdò, che fu raggiunta sì, ma dopo molte cruente battaglie un anno dopo.
Io col 2° BTG del 64° Fanteria (Ten. Col. Mezingheri) rimasi a quota 89 sulla cava di Polano, cava
che ancora si vede da Redipuglia stazione a sinistra del grande cimitero, nel quale non so proprio
perché mai non sono anch'io presente.
Quel colpo giovanile di testa che mi portò due anni prima del dovuto sotto le armi finì per giovarmi.
Nell'agosto 1915 una gragnola di shrapnel mi sorprese all'alba poco lontano dalla trincea - dove come al solito si era sparato per tutta la notte, rialzando di........ il fondo delle trincee - mentre tentavo di fare i miei bisogni giornalieri senza esporre il mio sedere a tutto il mio plotone.
Quella gragnuola che per poco non mi fece una grattugia bucata mi obbligò a tirare su i pantaloni e non la feci più per molti giorni.
Correva una specie di colera per il quale anch'io fui preso da febbre altissima, vomito e diarrea.
Mi curò Cocchi, il mio attendente senese, con acqua, zucchero e limone steso a ridosso di un muro diroccato.
Eravamo in retrovia a riposo e si doveva ritornare in linea, ma il medico ordinò il ricovero all'ospedale.
Scelsi Palmanova e vi stetti febbricitante lunghi giorni, restio ad ogni purgante.
Un bel giorno mi liberai e mangiai con grande fame e fui dimesso con 5 giorni di riposo a Palmanova.
Comandava la truppa il padre di un compagno mio di plotone allievi ufficiali di Caserta e costui mutò il riposo in licenza.
Corsi a Napoli su una tradotta per quasi due giorni di viaggio, vi arrivai pensando che mi bastava
riabbracciare la mamma, per risalire al fronte dove, così ero convinto, ci avrei rimesso la pellaccia
nella carneficina imperante allora come metodo di insulsa "guerra frontale".
Il combattente muore sempre se crede che deve morire.
Ma non fu così.
La mia licenza fu prolungata di 15 giorni o 1 mese dall'Ospedale Militare di Napoli e allo scadere si
rientrava al deposito di Salerno e non al fronte.
Arrivavano le nuove leve di ufficiali di complemento e io, reduce dal fronte, ero già considerato da
essi un eroe e come tale scelto dal Colonnello Comandante il deposito per imbarcarmi a Napoli
in abito civile per ignota destinazione.
Ci pensai due ore e poi accettai.
Credevo di andare ai Dardanelli dove Churchill .........,ma quando il "Porto d’ Adalia" sul quale ero
imbarcato dopo Catania aggirò Malta capii che andavo a sud e non ad est.
Le antenne radio di Porto Said mi dissero che ero in Egitto e mi avviavo in Eritrea o Somalia.
Le uova sode si vendevano a 1 soldo l'uno e con 1 lira ne avevamo venti : 2 bastavano per rimpinzarci e 18 per tirarle agli arabi passanti per le sponde del canale di Suez.
Anche allora la sponda orientale del canale aveva manifestato segni di guerra.
I Turchi parteggianti per gli Imperi Centrali per poco non se ne impossessarono.
Vidi Gedda sul Mar Rosso ricca di vele arabe e quindi Massaua.
Infernale fu la prima notte eritrea a Massaua dove quasi nudo si boccheggiava per il caldo,
aggravato da una nenia africana accompagnata da tamburo a mano per una festa o fantasia
in occasione di nozze.
Atroce fu quella notte dove le notti del Carso da poco vissute mi sembravano notti deliziose rispetto a quella infernale di Massaua, la città più calda del mondo.
Il supplizio si avviò a finire all'alba dell’indomani partendo sul trenino con la ferrovia di tipo alpino che per Saati Dogali (strage di De Cristoforis) e Ghindà ci portò dall'inferno del Mar Rosso per la primavera delle pendici attraverso le cosiddette Porte del Diavolo - uno scenario montagnoso unico al mondo da paragonare alle incisioni montane di Gustavo Dorè - al freddo invernale di Asmara (2400 metri di altezza) dove i nostri abiti non bastavano a coprirci e rabbrividimmo.
Fui destinato al VII BTG. Eritreo di stanza ad Asmara (Elaberet) comandato allora dal Ten. Col. Carlo Citerni, con Bottego una personalità nel mondo degli esploratori africani dell’ Uebi Scebeli e uomo di molta cultura e di saggezza acquisita attraverso i suoi viaggi africani con una pazienza infinita, quale deve avere chi tratta con indigeni africani, che, a conclusione di una giornata di accordi, ricominciano daccapo !
Sottotenente, il più giovane del battaglione, tenni per molti giorni un grande silenzio a tavola ; ma una sera finii per intervenire nella discussione e Citerni, allenato a valutare i suoi uomini, disse :
" Mahamud ! (era il cameriere capo, un ascartino sprizzante intelligenza dei suoi) porta una bottiglia per festeggiare il Ten. Forte che finalmente stasera ha parlato ! "
Assegnato alla 2a Compagnia distaccata a Cheren sulle pendici occidentali dell'altopiano etiopico a 1300 metri e così in clima temperato, ci arrivai per corriera a 3 muletti in 2 giornate di cammino per la strada polverosa di montagna di quei tempi, dove era bene raccomandarsi l'anima al buon Dio se a qualche muletto veniva voglia di far delle bizze.
C'erano infatti strapiombi paurosi in fondo ai quali non si sarebbero trovate neppure le briciole .....
dei muli, della carrozza e dei viaggiatori.
La sosta ad Elabert fu deliziosa.
I nostri coloni avevano trovato qui a mezza strada verso il Sudan località adatte per tutte le nostre
coltivazioni di frutta e verdura.
Gli alberi nani di mandarini (piccoli ma succosi) erano infiorati da un cappello ovale di frutti maturanti senza sosta tutto l'anno.
In questa esuberanza di prolificità l'albero si esauriva, invecchiando in pochi anni, e moriva per aver accelerato la sua attività vitale.
Ancor oggi questo piccolo centro dell'Eritrea è in auge e costituisce il miglior fiore di quella nostra
terra cui portammo lavoro, sicurezza e giustizia.
Detto qui una volta per tutte, quel benedetto genovese di Cristoforo Colombo aveva il paradiso
sottomano in Africa e andò a cercare nuove terre in America.
In Africa dove il sole impera basta disporre la terra all'acqua per creare una terra fertile che dà tutto quello che si vuole.
Si vedano gli acquedotti romani di Tunisia e Algeria che ancora attestano la saggezza dei nostri avi, che colonizzavano incanalando le acque, facendo strade e mescolandosi ai nativi in nuove e più salde e ibride razze.
Laddove questo potette avvenire si parlano ancora lingue dal latino derivate (Spagna-Francia-Romania).
In Africa il bianco è ancora Rumi (romano) !
A Cheren svolgevo vita pacifica di presidio africano, pochi contatti coi pochi funzionari bianchi e
piccolo diuturno spettacolo del mercato in piazza dove le donne indigene - le piccole graziose donne bilene (graziose quando non sono vecchie) - ostentano per terra le tre cipolle, un po’ di dura (cereale), un pollo vivo (1 lira), del cinnamomo per la colorazione dei loro occhi languidi e la loro naturale bellezza, impreziosita dal bottone d’ argento indorato infilato sopra una narice del naso.
Comandava la mia Compagnia il Capitano Amilcare Chiara di Brescia, un uomo tutto di un pezzo, in colonia da più anni, ed io tenevo la contabilità della Compagnia, semplice rispetto al groviglio di 25 anni dopo, e feci un libretto di istruzioni contabili e lo intitolai Regno della Magna Carta, tante mi sembravano le carte da fare.
A quei tempi l’ Abissinia era fonte di inquietudini per gli alleati.
Ligg Iaru succeduto al grande Menelic II (che mise abilmente nel sacco i nostri orgogliosi e boriosi
plenipotenziari e ci diede il 1° marzo 1896 ad Adua una batosta militare che fece epoca in tutta l’ Africa, al punto che per determinare l’ età di una persona si chiedeva se era nato prima o dopo Adua) propendeva per gli Imperi Centrali e da un momento all’ altro avrebbe potuto assalire a Nord la nostra Eritrea e a Sud i nostri possedimenti somali e perciò i nostri battaglioni eritrei, pochi, molto pochi, e così destinati (come 25 anni dopo) al sacrificio, furono dislocati verso sud verso il confine.
La 2a Compagnia fu dislocata a Mai Haini, zona malarica per eccellenza, dove facemmo lavori di
sistemazione stradale e qualche fortino, cioè le costruzioni di piazzole per artiglieria da montagna nei punti più adatti sulla direttiva della via di Adua.
Fui lì molti mesi a mangiare di regola lepri prese col fucile 91, come dire col cannone da 305 per
prendere un uomo (!) , e le si cuoceva col vino in salmì.
Ancora oggi la nausea mi assale al solo sentir parlare di lepri.
Ma la situazione politica internazionale finì per migliorare a nostro favore.
Una congiura di palazzo sovvenzionata e manovrata da inglesi, che la sapevano e la sanno sempre molto lunga, destituì Ligg Iasu relegandolo fuori di Addis Abeba e mettendo sul trono dei Leoni di Giuda Zeuditu sorella (?) di Menelic, assistita dal nipote Hailè Selassiè, favorevole agli alleati.
Si poté pensare così a dislocare un battaglione in Libia dove, nel 1916, eravamo ridotti alla costa : Tobruk, Derna, Marsa Susa, Bengasi, Misurata, Tripoli, dopo una disastrosa ritirata di altro Battaglione eritreo sorpreso nel lontano sud tripolino da Arabi in cerca di scuotere la nostra occupazione.
Gli episodi di quella ritirata, a me raccontati da Ufficiali che ne facevano parte, furono di una tragica grandiosità !
Gli Ascari eritrei arrivati, sfiniti di sete dopo lunga marcia, al primo pozzo, impazziti si precipitavano nel pozzo a capofitto dopo essersi pugnalati a vicenda con le baionette per farsi largo tra gli altri assetati !!

23.8.74

Fui comandato a fare da Ufficiale di caricamento sul piroscafo Garibaldi (6/8000 tonnellate) che non è poca cosa a Massaua.
Allenato ormai al caldo, tarbusc pieno di ghiaccio, calzoncini e maglietta, fui sul molo di Massaua per quasi una giornata intera appoggiandomi talora in ombra a qualche vagone ferroviario in sosta sul molo.
A sera volendo fare di più per verificare la sistemazione degli uomini in stiva tentai di scendere giù.
Mi sorprese il capogiro, ma Garavillani Afterarian, che mi sorvegliava amorosamente, mi colse al volo, mi riportò sul ponte più alto del piroscafo frizionandomi con uno straccio bagnato (!) e fu evitato un colpo di calore, che talora è micidiale.
Tra gli ufficiali arrivati a sera a Massaua ne avevo già sei colpiti da questo malore ed affidati alle cure del medico !
Rivedemmo così Porto Sudan, Gedda, e sui cavalloni del Mar Rosso le barche indigene a vela ammainata, dove l’ unico o i pochi di bordo sgranavano il rosario per raccomandarsi in questi frangenti al buon Allah !
A Suez e Porto Said soliti inviti di ragazzetti arabi parlanti tutte le lingue (italiano, francese, inglese, greco ed ... arabo) ad offrirti ....ogni frenesia coloniale a buon mercato e solito tiro di uova sode sulle sponde del canale.
Doppiato il monumento a Leseps ci avventurammo senza scorta nel Mediterraneo dove sin da allora erano possibili brutti incontri di guerra e tenemmo sottomano i nostri salvagenti.
Qualche giorno dopo le ancore furono gettate nella rada di Marsa Susa (a nord di Cirene) e sbarcammo rapidamente in modo ancora rudimentale.
Si partì quindi (a piedi) per Cirene nell’ altipiano Cirenaico (700 metri circa) dove trovammo riparo in alcune baracche e in alloggiamenti ricavati a ridosso delle rudimentali trincee in pietra circondanti Cirene.
L’ acqua era qui eccellente quale ricavata dalla fonte Apollo di greca fattura e andando a valle verso il mare alimentava prodigiosi orti e giardini, amorosamente coltivati dagli arabi, che sanno egregiamente questo mestiere e lo fanno con amore.
Qua sotto c’ erano grappoli d’uva nera sorretti da ingegnose incastellature di legno pesanti talora oltre 10 kg.!! Forza divina dell’ acqua asportata a terra africana !
Negli indigeni la miseria più nera e più profonda.
La esprimeva la corruzione e la prostituzione di bambine aventi 5/6 anni e ancora impuberi, l’ assalto agli escrementi dei nostri muli per liberare, ancora caldo, il chicco di avena non digerito !
Il servizio molto faticoso.
Pressoché tutti i giorni a tutte le ore in una direzione o nell’ altra si accorreva a 20/30 km. di distanza (si marciava allora a piedi e gli ascari facevano anche 6/7 km. all’ ora) per liberare greggi rapinati a indigeni fedeli.
Al momento dell’ impatto della truppa con i beduini armati non molte erano le fucilate, ma queste erano dirette a chi era a cavallo del mulo e ostentava di dar lezione di coraggio agli ascari eritrei ed invece dentro era posseduto da buona ragionevole fifa!!
Quando la manovra e le evoluzioni rapide delle nostre truppe davano qualche risultato cadevano nelle nostre mani 7/8 arabi e di regola li passavamo alla retroguardia.
Non era piacevole vedere sgozzare un uomo ; ma l’ odio atavico dell’ arabo verso l’ abissino, chiamato e ingiuriato come schiavo, non poteva essere eliminato ed era meglio lasciare libero sfogo ai sentimenti ricambiati dagli ascari, cui si dava un tanto per ogni fucile e per ogni capo di gregge salvato.
All’ arrivo a Cirene la scena era sempre la stessa.
Il graduato delegato alla scorta dei prigionieri invitato a farli vedere diceva : “Guaitana (signore) scappati noi ammazzati”.
Il colonnello comandante la zona di Cirene e che era un certo Cencini ordinava un po' di punizioni con mezza paga e noi si disubbidiva.
La mezza paga era a libro e il capitano di regola la rimetteva di tasca sua se non poteva racimolarla tra i piccoli fondi di cui disponeva.
Quando l’ orzo era maturo bisognava contenderlo ai predoni obbedienti a quell’ Idriss El Senussi che più tardi doveva fare il re della Libia (!) e tutte le notti erano sparatorie contro le quali il buio era la migliore protezione.
Nel 1917 la situazione economica si era aggravata.
Qualche sottomarino scorrazzava nel Mediterraneo e i rifornimenti languivano.
Con la mia Compagnia, ora comandata da Arnaldo Azzi tenente in servizio effettivo promosso capitano quanto partimmo per la Libia, fui dislocato sulla via tra Cirene e Derna a tagliare foraggi per i nostri muli.
Lunghe snervanti trattative nel fondo di un uadi (torrente) furono condotte da Azzi, da me solo assistito, e dallo Sciumbasci (che ci faceva da interprete) per indurre questi ribelli spadroneggianti attorno a Cirene a lasciarci tranquilli a condurre il nostro lavoro (taglio e accumulo di foraggio, poi pressato e messo in balle).
La vincemmo passando loro della farina di grano in cambio di foraggio portato da essi medesimi.
Questi straccioni di capi si arresero dopo più giorni di trattative quando li minacciammo di mettere a ferro e fuoco i loro accampamenti più vicini.
Gli Ascari erano temuti.
Diventai così, a capo di 110 uomini, un accumulatore di erba in grossi covoni alti molti metri, che occorreva sorvegliare perché non andassero a fuoco, e un imballatore di foraggio in presse condotte a mano !
Presto le balle di fieno accumulate divennero montagnole e tutti i muli di Cirene sotto scorta ne furono caricati per qualche mese ogni giorno.
Il problema fu risolto e bene.
Quei coloni romani non avevano aperto nessun libro per apprendere che quella zona di altopiano tra Bengasi e Derna era il granaio di Roma e toccò a un piccolo ignorante di agricoltura dire che quella doveva essere una zona fertilissima se essa, rotta col piccolo martello arabo e poi cosparsa di semi d’ orzo, dava un raccolto meraviglioso.
In quella zona sorsero i villaggi dei nostri coloni italiani e dettero ogni ben di Dio, come ebbi la ventura di vedere io stesso 25 anni dopo !
Rientrato a Cirene fui comandato a seguire un corso mitraglieri Fiat 1916 a Bengasi.
Niente di straordinario salvo i viaggetti da Marsa Susa a Bengasi e ritorno che potevano risolversi in un buon bagno.
Nessuno aveva mai visto quella nuova arma che mi sembrò realmente buona.
Libro di istruzioni alla mano sballai le casse come venute dall’ Italia, pezzo per pezzo rimontai la mitragliatrice senza alcuna difficoltà, ma arrivato all’ ultimo pezzo - alla chiavetta dell’ otturatore - io e il capotecnico dell’ Arsenale di artiglieria di Bengasi rimanemmo lì davanti all’ arma molte ore senza essere capaci di infilarla.
Quel cretino redattore delle istruzioni non aveva detto che per tale scopo bastava tirare un po' indietro per la sua .......pochi millimetri.
Un sospiro di sollievo ci prese e l’ indomani passammo a ripetute prove pratiche a fuoco in luogo adatto.
Imparai a montare e smontare con rapidità, ad eliminare gli inconvenienti e gli inceppamenti che si presentavano.
Diventai esperto di quest’ arma in 6/7 giorni di pratica a fuoco.
E mi presentai al Comandante della piazza di Bengasi, che doveva essere il Generale Moccagatta, per dire che avevo imparato.
Quando egli mi disse che destinava la sezione mitraglieri al 7° Battaglione eritreo gli dissi subito che la cosa era inattuabile.
Gli Ascari non portano zaino (i carichi sono riservati alle donne) ed era quindi impossibile caricare l’ arma o il treppiede (26-27 Kg.) sul dorso di un ascari.
La sezione mitraglieri composta da 54 uomini, 24 muli italiani e 1 carretta non poteva viaggiare al seguito di un Battaglione indigeni.
Essi marciano a 6/7 km. all’ ora e i muli nostri gemendo vanno a 4 km. all’ ora.
Dopo due ore di marcia del Battaglione sarei rimasto almeno a 4 km. dietro di esso.
E chi avrebbe fatto camminare la carretta fra gli uadi della Cirenaica intransitabili con carrette ?
Egli si arrese subito e mi disse di rientrare a Cirene per istruire la sezione eritrei che avrebbe dato ad un battaglione del 40° Reggimento fanteria ivi di stanza.
Rientrai per mare senza incidenti di viaggio e mi accinsi ad educare 54 uomini all’ uso della nuova arma.
Quel Battaglione era in Libia dal 1912 e quei soldati da 4 anni lontani dalle loro famiglie avevano gli occhi da fuori.
I pericoli del fronte italiano e della traversata erano da essi sottovalutati e non sentivano più ragioni.
Per giunta quei 4 capitani comandanti le 4 Compagnie del Battaglione del 40° Fanteria e che mi diedero 54 uomini videro con piacere di liberarsi dai soldati più lavativi (ciascuno di essi aveva in 4 anni raggranellato 40/50 punizioni di rigore !).
Ma il soldato pur punito, salvo che in disciplina, è un buon soldato e me li accattivai lavorando accanitamente con loro (mattina dalle 6 alle 11 e pomeriggio dalle 2 alle 6).
Ebbe efficacia il mio metodo, che era quello pratico : montare e smontare e sparare a tutto spiano ed eliminare gli inceppamenti.
Ci risero sopra quando dissi che ero stato molte ore con il capo magazziniere di artiglieria di Bengasi a non sapere infilare la chiavetta dell’ otturatore, ma presero gusto alla nuova arma, all’ incessante cambiamento di persone all’ arma in guisa che al termine della giornata tutti i 54 uomini avevano sparato almeno un caricatore
Una brillante manovra a fuoco in movimento, presenti tutti gli ufficiali del presidio di Cirene, decretò per me un grande successo e passai la sezione ad altro ufficiale.
Il quale in due giorni mostrò di saperne più di me e nel volgere di una settimana i 54 uomini erano tutti ancora in prigione di rigore.
Io in un mese e ½ non avevo dato una sola punizione.
Il soldato è docile con chi lo ama e lavora con lui e che sa chiudere un occhio a tempo opportuno.
L’ arabo veniva a lamentarsi che era sparito il suo asinello o la sua gallina ed io a sfotterlo dicendogli di rivolgersi altrove, ma poi gli facevo pagare di mio sottobanco il suo asinello e la sua gallina e talora gli chiedevo un altro asinello e altre galline a mie spese per accrescere la razione del mio battaglione.
L’ appetito di quei giovani era immenso e quello mio non minore.

25.8.74

Si arrivò così nell’ ottobre del 1917 all’ epoca del rimpatrio del Battaglione.
Gli ascari erano ingaggiati per un anno ed era opportuno non ingannarli.
Qualche amorazzo con le formose ragazze arabe faceva da diversivo del servizio diuturno.
Lo sciamma dell’ araba copriva la polvere dei secoli raccolta nelle tombe greche aperte nei dintorni di Cirene e in quel posto di morte si rinnovava il rito eterno per la vita.
Talora al calar del sole lo stesso sciamma multicolore s’ infilava nel mio ricovero a ridosso della trincea ai bordi di Cirene per uscirne stanca ma non sazia al colpo di cannone che segnava l’ inizio della giornata in periodo di Ramadan.
Il Battaglione scese così a Marsa Susa dove era sbarcato più di un anno prima per il suo rientro in Eritrea.
All’ imbrunire del 13 ottobre 1917 il ns. Valparaiso, piroscafo di 8000 tonnellate, era in rada fermo a qualche miglio dalla costa (a Marsa Susa non c’ era un posto) quando un sottomarino tedesco emerso dal mare prese a cannoneggiarlo da molta distanza.
Non c’ era un cannone che potesse rispondere al fuoco dalle colline.
Portammo i nostri ascari sulla riva per assistere allo spettacolo, ma ben presto quel sottomarino si allontanò inabissandosi ancora.
Dal campo di aviazione di Cirene s’ erano levati due biplani, fatti allora di tela e ferro, con colui che si avventurava su quel velivolo che sfidava l’ aria come una farfalla ronzava nel cielo.
Difficile da quel trespolo mettere a segno qualche bomba ; ma fece effetto.
I comandi superiori non dovettero capirne più niente in questi frangenti.
Furono sbarcati molti ascari somali e soldati italiani e il Valparaiso mandato a passare la notte in una rada vicina, senza scorta.
Tra i soldati sbarcati mio cugino Vincenzo Ercole, classe 1899, soldato del genio telegrafisti diretto in Eritrea e grande fu la nostra gioia a ritrovarci insieme in questa sponda africana.
Gli eventi incalzavano e i comandi superiori decisero che il Valparaiso dovesse l’ indomani caricare e ripartire.
Anche questa volta fui io l’ ufficiale comandato di caricamento, come ero stato designato per il mio Battaglione, e fatto il ruolino d’ imbarco delle truppe lo misi ad esecuzione rigorosa l’ indomani quando il Valparaiso si riavvicinò ancora alla rada di Marsa Susa.
Vincenzo Ercole fu imbarcato con tutti gli altri genieri suoi compagni credo verso sera con raccomandazione di tenere sottomano il salvagente.
Continuai gli imbarchi su scialuppe che da terra arrivavano fin sotto il Valparaiso fino a poco prima di mezzanotte del 14 ottobre quando un grande boato ci disse che qualcosa di grosso era avvenuto sul mare, e, cioè, il siluramento del Valparaiso.
Avviai tutte le scialuppe e barche verso l’ aperto, ma la notte rendeva difficile ogni tentativo di salvataggio.
Avevo il cuore in tumulto per questo disastro e per mio cugino a me fraternamente legato sin dall’ infanzia.
E si capisce il mio grave turbamento, l’ angoscia che mi tenne fino alle 6/7 del mattino quando alcuni ufficiali mi dissero che Vincenzo era arrivato a nuoto a terra ed era ricoverato nelle baracche dell’ Ospedale costituenti verso Est la periferia di Marsa Susa anch’ essa sul mare.
Ne trassi qualche sollievo, ma il disastro (e anche altro) fu rovinoso.
Oltre 500 uomini mancarono, tra somali, italiani e eritrei, tra i quali uno dei due sciumbasci della mia compagnia, e il mio attendente Gararillemi Mariano.
Per lunghe giornate successive la risacca portò a terra centinaia di cadaveri, quelli di colore resi anch’ essi bianchi nel macero subito per la lunga permanenza in acqua!
L’ avevo scampata per quelle bizzarrie della sorte che regolano la vita di un uomo in guerra.
Chissà quante volte ero stato sul Valparaiso nella giornata del 14 ottobre 1917 per regolare l’ afflusso e la sistemazione a bordo di coloro che imbarcavo e poteva capitare anche a me di passare in acqua se il siluramento fosse accaduto quando ero a bordo.
Ma meglio così.
L’ egoismo regge la vita e se il disastro non ci tocca niente importa la morte di molti altri, fosse pure quella dei nostri più cari.
La generosità può indurre una persona al salvataggio di un altro col rischio più grande, ma passato questo momento la morte altrui non è mai la morte nostra !
Passarono lunghi mesi nel marasma che affliggeva l’ Italia (si era dopo Caporetto !) prima di avviare a soluzione il nostro rimpatrio.
Nel dicembre 1917 furono trovate due grosse imbarcazioni da carico e su queste viaggiando rasente terra fummo portati da Marsa Susa a Tobruk cioè in un posto sicuro dove le navi anche più grosse erano al riparo.
Questa volta mi tenni egoisticamente vicino Vincenzo Ercole in coperta notte e giorno coi salvagenti a portata di mano, perché i mezzi di salvataggio erano così modesti che in caso di siluramento o pericolo era meglio chiudere la botola delle stive e lasciare al loro destino quegli sventurati.
Ma non successe nulla. Fummo a Tobruk dove spavaldamente arrivò solo e senza scorta con due cannoni a bordo, uno a prua e uno a poppa, il Regina Elena piroscafo di 27000 tonnellate per quei tempi uno dei più grossi e più belli della flotta mercantile italiana.
Su quel piroscafo ci avventurammo ancora verso Porto Said dove traemmo un grosso respiro..... e ricominciammo a tirare uova sode agli arabi della riva del canale quando era vicina.
Ripensandoci credo che fu in quella occasione che ritengo di aver dato un grosso dispiacere ad una bella maltese di Porto Said, che, avendomi dato le sue grazie, fu oltremodo felice di riceversi da me 5 lire, ritenendo probabilmente nella sua ignoranza dei cambi, che fossero 5 sterline ! Ma non parlava che l’ inglese, neppure una parola di francese e in quel momento non capii perché fosse tanto entusiasta per quelle povere 5 lire, anche se allora erano 1/5 di una sterlina (25 lire).
Io ne approfittai per un bel bagno caldo nel suo lussuoso appartamento !
Il Battaglione riprese la sua sede normale ad Asmara nell’ Amba Galliano.
Vincenzo Ercole anche lui ad Asmara.
Solito fannullismo coloniale ; addestramento di ascari nuovi arruolati; congedamento dei vecchi ; restituzione ad essi dei fondi lasciati in Libia a mani del Comandante della Compagnia a titolo di risparmi personali.
Non fu facile rintracciare i parenti degli ascari morti.
Grande la meraviglia di tutti coloro che erano stati in Libia quando ricevettero il capitale, che essi sapevano ricordare, ed anche gli interessi riscossi sui libretti postali dove accumulavo il loro denaro, custodendolo bene, perché la perdita dei libretti aventi corrispondenti conti a Roma avrebbe importato soltanto la ricerca di questi libretti.
Questo non era purtroppo avvenuto nei precedenti periodi nei quali il Battaglione era stato in Libia !
Per non aggrovigliarmi nei conteggi ripartii questi interessi in proporzione della somma globale versata dai singoli durante tutta la permanenza in Libia (18 mesi circa) senza preoccuparmi delle date dei versamenti medesimi.
Su di che avevo sentito anche lo Sciumbasci della compagnia, che è il graduato indigeno più elevato in grado, e il Comando di Battaglione.
Il 24 giugno 1918 ricorrendo - secondo l’ opinione degli amici ufficiali - il mio onomastico per festeggiare questa ricorrenza, ma soprattutto da parte degli imboscati eritrei la vittoria delle nostre truppe sul Piave, si alzò troppo il gomito, da ultimo anche col cognacchino e questi bicchierini alquanto vistosi diedero il tracollo.
Verso mezzanotte non stavo più in piedi, la testa mi girava, lo stomaco era in subbuglio e mi dovettero mettere a letto.
Più tardi nello stesso anno fui distaccato a Giaraba nella zona tra Gasc e Setit.
In una marcia record da Asmara a Gasc in 4 tappe, la prima a Mai Albo di 8o km., sento ancora la voce dell’ indigeno interpellato per istrada “adè, cheltè, selertè, arvatà” 1,2,3,4 ad indicare gli orizzonti di montagna da superare per arrivare a destinazione, dove scendendo dal muletto per poco non caddi a terra perché le gambe non tenevano più.
Dopo Mai Albò si attraversò zona infestata dalle cavallette che avevano divorato tutto quello che era divorabile di verde.
Il grido lamentoso ed acuto delle donne nei pressi dei tucul, che, agitando uno straccio, credevano di scongiurare questa iattura faceva grande inconsolabile tristezza.
Noi camminammo una buona giornata nella nube di cavallette formante a terra uno strato di due, tre dita e che si rimettevano in volo al nostro passaggio.
Passata questa zona qualche sera mangiammo fasci di dura fresca (tagliata da noi nei campi dove questo cereale era già maturo) abbrustolita sul fuoco e fu per noi un grande diversivo.
Sul Gasc una notte ebbi la ventura di dormire in casa di un pastore svedese la cui bianca chiesetta fu da noi avvistata molti chilometri prima di arrivarci come un punto accecante nella foresta e suonai anche l’armonium che questo pastore aveva portato fin là.
Sul Gasc o poco prima in altro torrente stavo per fare una brutta fine.
Attraversando il guado il muletto pose un piede in fallo e si rovesciò in acqua, rovesciando qui anche me, che credetti di far bene tenendo in mano le briglie e trattenendo così in acqua il muletto di fronte a me che con lui scendevo portato dalla corrente.
Risuona ancora nelle mie orecchie il grido allarmato degli ascari miei “ghidaff, ghidaff, ghidaffò” e io capivo bene “lascia lascia” e così feci.
Il muletto arrivò per suo conto a riva destra e fortunosamente ci arrivai anch’io aggrappandomi in un ansa del fiume a rami di albero sfioranti la superficie dell’acqua, dove gli ascari, corridori veloci per eccellenza, mi avevano già preceduto.
Tutto si risolse in un grande bagno perché - incoscientemente - non ebbi un briciolo di paura.
Passato il Gasc dalle carte capivo che ero arrivato a Gianbà dove ero destinato, ma difficile fu rintracciare il pozzo segnato con un piccolo circoletto azzurro.
Con molta preoccupazione perché senz’acqua non vivono 100 persone, schierai tutti i 100 uomini nella direttrice di marcia e trovammo l’acqua- un vero buco nel quale affiorava acqua...bianca....molto bianca.
In difetto ero deliberato ad arrivare a Setit.
E su codesto colle mi accampai a sorvegliare le provenienze dal Setit di chiftà e razziatori di elefanti.
Che grande cosa vivere nella foresta, ritornare alla foresta, come disse Jack London, liberarsi di ogni autorità, di ogni civiltà; ma questa libertà si paga.
Se non hai portato l’ago, il cotone, il ditale, puoi restare senza pantaloni.
Se la naia (cobra) ti morde resti a terra stecchito se sottomano non hai un siero antiofidico.
Solo bianco tra Gasc a nord e Setit a sud ebbi una sequela di indigeni (Cunama) da curare.
Il telegrafo della foresta annunciò che disponevo di qualche medicinale; ma la mia ignoranza era grande; i purganti soliti, il chinino per la malaria, gli astringenti ben noti contro la diarrea, ma che fare con un indigeno cui la cornata di un bue ha aperto e sollevato dalla fronte all’indietro tutto il cuoio capelluto? che fare per altro cui la faccia e il collo si gonfiava sempre di più con un febbrone da cavallo!
In questo caso feci anche il chirurgo dopo giorni di pappine sul collo e con una lametta da rasoio incisi nel collo ottenendo sgonfiatura e calo della febbre.
Con 60/70 km sul mulo lo mandai a Nord a Ran.......da dove il capitano medico si congratulò con me scrivendomi “bravo, per poco non gli hai tagliato la carotide”!
Un bue giovane (zebù) di circa 100 Kg. costava 50 lire e gli ascari ai quali lo regalavo sapevano in quel caldo conservare la carne facendola a lunghe fettucce con la baionetta e mettendole ad asciugare all’ombra! La cottura prolungata avrebbe ridato a queste l’umidità perduta.
Uscivo a caccia quasi tutti i giorni, a cavallo. L’ascaro mi avvertiva appena intravedeva nella savana la testa rossa di una faraona dicendomi “doro doro” (gallina, gallina) e allora tiravo un colpo di fucile da caccia, un solo colpo sulla faraona intravista per trovarne per terra almeno 14. Dietro quella testa c’era sempre un branco di faraone di 1000/2000 bestiole e allora era semplice e facile fare il cacciatore.
Ma per mesi e mesi ho mangiato due petti di faraona cotti nel grasso di bue al mattino e la carcassa della faraona a sera bollita con un pugno di tubettini.
Le altre 13 faraone dovevano essere buttate perché uccise da me.
Il più bel tiro della mia vita lo feci con fucile 91 puntando ad alzo 20 una gazzella a 2000 metri circa. L’ascaro tornò indietro sul mulo trascinandosi dietro la gazzella uccisa e quella sera fecero festa. Le aveva tagliato un’ orecchia per dire secondo il loro rito che era stata finita da lui.
Lì mi sorprese la bella notizia della resa degli Imperi Centrali e della nostra vittoria a Vittorio Veneto.
E feci fatica a spiegare agli ascari il numero dei prigionieri nemici presi e il numero dei cannoni catturati.
E poi attesi nella calura della zona di rientrare ad Asmara.
La notte era la parte più penosa della giornata.
Steso o seduto sul lettino da campo, coperto da grande zanzariera, il fanale a petrolio all’esterno della zanzariera un giovane si martoriava il cervello a studiare greco, latino e algebra.
Al rientro in Italia contavo dare gli esami di licenza liceale.
All’alba che è il momento più fresco della giornata piombavo sfinito nel sonno per poche ore.
Arrivò nel 1919 il cambio e mi affrettai al rientro per Berenzi, Agordat, Cheren, Asmara.
Consentii che gli ascari sparassero alle gazzelle; ma a sera ingordi e voraci come sono, ogni due di essi ne aveva una uccisa infilata per i piedi in un bastone portato a spalla da due ascari.
Quella notte si dovettero abbuffare di carne per una settimana.
Al nostro arrivo come quando ero disceso verso sud bastava fermarmi presso un gruppo di tucul perché dopo qualche tempo un gruppo di donne con due mezze zucche portate a bilanciere sulle spalle ci portavano l’acqua del vicino torrente.
Pressochè nude tutte come le fece madre natura davano uno spettacolo di intensa e benintesanaturale pudicizia.
Non so come feci ma a Cheren eravamo riuniti Vincenzo, proveniente da Asmara, Michele suo fratello, altro mio cugino caporale, proveniente non ricordo da dove, e io stesso proveniente dal Setit.
Fu bello ritrovarci riuniti in terra africana in tre cugini vissuti per anni insieme a Napoli.
Ad Asmara qualche tempo dopo mi colse un febbrone da cavallo. Credetti di aver preso la malaria sul Setit dove essa imperava e così opinò in mancanza d’altro, il caporale di sanità addetto al 7° battaglione eritreo che una notte spaventato dall’altezza del mio febbrone mentre già vaneggiavo mi punse con due siringone di chinino una a destra e una a sinistra e l’ indomani mattina la febbre era diminuita e mi avviai a rapida guarigione.
Ci eravamo tutti ingannati compresi i medici che mi curavano. Dal centro dell’Africa risaliva verso Nord l’influenza cosiddetta spagnola che fece più vittime della 1a guerra Europea e di essa fui affetto.
Meno male che il mio caporale sbagliando imbroccò la cura adatta per quella virulenta infezione.
Uscii dalla malattia assai dimagrito. Tra le mie carte ci deve essere una foto fatta ad Asmara dove sono emaciato tra Vincenzo e Michele.
La guerra ormai era finita e i passi da me fatti per rimpatriare non approdavano a nulla.
Ero stato distaccato all’ufficio contabile del Governatorato dell’Eritrea ad Asmara e li facevo il revisore della contabilità militare (!).
Facevo le pulci contabili (e bene) ai capitani tutti dell’Eritrea e sommavo a vista velocemente senza sbagliare, mentre ora prendo la calcolatrice per fare 1+1!!
Mio padre ricorse allora al nostro deputato della sezione Montecalvario di Napoli che da anni era il liberale Francesco Girardi giolittiano, di cui era stato sempre elettore mio padre.
Ed il miracolo avvenne.
Ai primi di maggio 1919 mi imbarcavo sul Dauno, il portantino che faceva il servizio Massaua-Suez e per 3/4 giorni afflitto da mal di mare atroce steso su di una panca nella tempesta del Mar Rosso arrivai a Suez con altri ufficiali.
Bello era vedere tra i grossi marosi e ondate del Mar Rosso la barca del musulmano che ammainata la vela e armato di rosario pregava il suo Allah perché la tempesta cessasse.
Forza della fede poderosa incrollabile che assiste il musulmano e lo rende capace di azioni dove il coraggio è pazzia, disprezzo della stessa vita.
Da Suez in treno a Porto Said da dove avrei potuto scendere al Cairo ed alle Piramidi : ma non lo feci perché l’ordine di partenza poteva venire da un momento all’altro
Per giunta in quell’epoca l’Egitto era in subbuglio contro gli occupanti inglesi e qualche sparatoria alla cieca fatta dalle camionette sugli arabi ci obbligava ad infilarci nelle case.
Prudente era rimanere in casa.
Il solito arabetto “caled” ti offriva ogni giorno le meraviglie di cui disponeva e che decantava malgrado ogni ripulsa finendo come al solito per chiedere una mancia “bascisc”.
L’ordine venne; ci si doveva trasferire ad Alessandria per imbarcarci sul piroscafo Garcar trasporto militare inglese proveniente dalle Indie.
E fui anche ad Alessandria dopo un ultima notte africana passata nei bagordi di Zagaziz (a metà strada tra Suez ed Alessandria) della quale non ho dimenticato né il fascino né le meravigliose sue donne.
Alessandria, nella fugace rassegna che ne feci per andare al porto, mi parve, col suo frastuono, la sua folla, coi suoi tram ai quali si attaccavano i ragazzi arabi, una Napoli senza Vesuvio di fronte e senza colline di dietro.
Il 19 maggio 1919 ero a Taranto. Quella sera se mi avessero facultato a rientrare in Eritrea, quella stessa sera sarei ripartito!
Compresi allora che per farsi avanti nella vita erano necessari altri gravi sacrifici rispetto alla facilità di vita dell’Eritrea dove un impiego qualsiasi l’avrei trovato forse ancora alla Ragioneria dell’Eritrea.
Avendo avuto la licenza coloniale di tre mesi mi diedi da fare per superare gli esami di licenza liceale presso il liceo Giovan Battista Vico.
Valse forse più la mia divisa da capitano di fanteria, le mie decorazioni, valsero certamente più di tutto i sette anni passati al Giovan Battista Vico dove ero stato sempre promosso al primo scrutinio senza esami e dove ritrovai pressoché tutti i miei insegnanti passati, per farmi superare dopo 4 anni e mezzo di arresto degli studi pressoché tutti gli esami orali e scritti , salvo greco e filosofia che superai ad ottobre.
Napoli gremita di giovani smobilitati (7 milioni in tutta l’Italia) non dava possibilità di lavoro.
Per giunta metà del mio patrimonio come raccolto in guerra tra il 1915 e il 1919 sotto le armi e come premio di mobilitazione era passata a mio fratello Francesco per consentirgli di sposarsi dopo 9 anni di fidanzamento.
Mi ridussi così all’ osso per proseguire gli studi.
Lire 3.000 mi occorsero subito per essere iscritto al 3° anno di giurisprudenza e infilai quindi rapidamente un esame dietro l’ altro appena pronto in quella materia.
Da quel perfetto cretino che ero, senza guida alcuna, cominciai con un 30 e lode in filosofia del diritto , che a buona ragione avrebbe dovuto essere uno degli ultimi esami da dare e so io quanta disperazione per molti mesi per riallenare la zucca a ricordare e ripetere quello che apprendevo.
Tanti anni di ramazza militare, per giunta parlando all’ infinito e intramezzando all’ italiano parole eritree, mi avevano reso incapace agli studi e infilai 18 esami e quello di laurea, che diedi il 15.5.1922 in diritto commerciale, in due anni studiando almeno 12/14 ore al giorno, pur avendo fatto qualche sosta per alcuni mesi per farmi richiamare sotto le armi e guadagnare qualche soldo.
Il residuo gruzzolo di guerra andava esaurendosi e mio fratello Francesco, sommerso dai bisogni con due gemelli avuti alla prima taverna matrimoniale e modesto stipendio da archivista, non poteva ridarmi quello che gli avevo dato.
Frattanto avendo già superato brillantemente 10/12 esami universitari diedi un concorso per titoli per essere nominato cancelliere.
Lo vinsi ben classificato e fui destinato su mia espressa domanda a Pordenone.
Su mia domanda ho detto perché un vortice di passione mi aveva preso a Napoli e dopo molti struggimenti e ripensamenti mi convinsi che questa passione senza possibilità di sbocco alcuno avrebbe trascinato due giovani in una grossa avventura con danno enorme per due famiglie.
Dovetti troncare con grande struggimento attingendo le forze spirituali per tanto sacrificio alle risorse migliori del mio spirito, attinte dall’ onestà intrinseca dei miei avi, ma strizzando l’ anima per questo atto.
I 5 decenni e più che sono ora decorsi mi ripetono che feci bene e rassegnata e serena e con me concorde trovai ancora ormai vecchia quella che fu uno splendore di donna e che ebbe per me una passione violenta ora sopita nelle pratiche religiose, ma non ancora dimenticata e soppressa.
E dopo aver dato il 15.5.1922 gli esami di laurea, il 17.5.1922 ero al Tribunale di Pordenone cancelliere addetto alla parte penale.
Non ebbi difficoltà di sorta a svolgere questo lavoro per me subito facilissimo conoscendo bene il diritto penale e la procedura penale.
Era l’ epoca dei grossi processi a carico di fascisti e camerati con molti imputati, nei quali gareggiavano in abilità oratoria l’ avv. Cavarzerini (?) di Pordenone e l’ avv. Ciriani di Spilimbergo.
Spesso, emanata la sentenza, ero io stesso a stendere la relativa motivazione.
Persuaso che dovevo fare l’ avvocato a sera alle ore 17 cominciavo la mia giornata perché andavo nello studio degli avv. Rosso e Locatelli che erano i più noti di Pordenone e quivi guardavo le carte delle cause civili di quello studio, facendo talvolta qualche atto.
Questi due avvocati erano provetti ed eccellenti in ogni branca del diritto ed era bello vedere come facilmente passavano dal civile al penale al ricorso amministrativo.
Verso le 8 una piccola cena e poi a casa a copiare atti di nascita o di morte o di matrimonio per rifare il libri dello stato civile distrutti o parzialmente distrutti durante l’ invasione austriaca dall’ ottobre 1917 al novembre 1918.
50 centesimi per ogni atto e ogni sera ne facevo 15 o 20 per passare quindi alla lettura delle sentenze riportate nel Foro Italiano.
Zorzoli, Presidente del Tribunale di Pordenone, uno di quei vecchi magistrati coltissimi di un tempo, diceva a me che per studiare occorre leggere e rileggere l’ articolo di legge ogni volta che viene citato dallo scrittore o dalla sentenza.
I Giudici Aceto ed Amalfitano componenti il Collegio erano usciti entrambi dalla Università di Napoli qualche anno prima di me e con me avevano grande cordialità e stima.
Aceto presiedeva la sezione fallimentare del Tribunale di Napoli e Amalfitano, napoletano che si allarmava ad ogni gonnella, è finito male al Tribunale di Pavia, dove da ultimo era procuratore della Repubblica, per avere istruito un processo dove lui stesso era parte lesa e aveva conseguito e incamerato il suo danno.
A dicembre del 1922 mio fratello Francesco, che collaborava con l’ on. Bortolo Belotti tre volte deputato al parlamento italiano e più volte ministro - da ultimo dell’ Industria e Commercio (a lui si deve la legge sulla moratoria in occasione del dissesto del 1922 della Banca Italiana di Sconto) -, mi otteneva il trasferimento a Milano, dove fui addetto alla Procura Generale con Raimondi procuratore generale.
Avendo davanti una stufa a carbone fui esiliato in una stanza buia di Palazzo Clerici a leggere la corrispondenza dei detenuti e alle pratiche di riabilitazione.
Leggendo quella corrispondenza in breve non sapevo più scrivere correttamente in italiano e l’ altra attività era delle più banali.
Ma nell’ ambiente, in cui nessuno era laureato come me, difficile era riconoscere ai giovani capacità per incarichi più elevati e grande riservatezza sussisteva per mantenere i nuovi nella ignoranza delle cose pur banali del mestiere.
A Pordenone, dove dal 1° giorno ero a capo del ramo penale, ero stato capace di restare addetto al Giudice Istruttore al Tribunale penale, a fare anche e persino il campione penale (la nota delle spese di condanna) e i cartellini del casellario, ero stato eccellente, senza alcun suggerimento.
A Milano dovevo annoiarmi e lavarmi le mani del fumo e della polvere della stufa.
Segretario capo della Procura Generale era Paini, nonno di Italo Paini, ora mio genero ! Il mondo è piccolo.
L’ on. Belotti mi assicurò £. 500 al mese ed io mi dimisi senz’ altro con decorrenza dal 1° febbraio 1923.
Dal che i miei colleghi cancellieri rilevarono che non mi spettavano i diritti di cancelleria, che erano ripartiti ai presenti al 1° del mese.
Saltarono così 200 e più lire per cui ne avevo tanto bisogno !
E intrapresi l’ avvocatura sotto quella data.
Facile mi fu la corrispondenza - scritta inizialmente tutta a mano - gli atti procuratori per reggere oltre 400 cause che erano in corso di svolgimento in quello studio secondo la procedura di allora ricca di atti procuratori, tutte le procedure ingiuntive, tutte quelle esecutive.
Correvo così nella mattinata da via Verdi 6 presso la Chiesa di S. Giuseppe dove era lo studio a via Clerici (Corte d’ Appello) a via S. Antonio (Pretura civile) al Palazzo Beccaria (dove era il Tribunale), alla Conciliazione che era in via S. Damiano, a via della Spiga ove era la Pretura penale.
Diversi chilometri al giorno facili per chi era veloce come me, con un addentellato per le udienze civili alle 13.30 e alle 14 in Tribunale a rinviare 30/40 cause.
Talora per queste udienze non c’ era tempo neppure per una rapida colazione.
Ma il grave era il lavoro di avvocato, la stesura della citazione, senza suggeritori, senza guida perché a Bortolo Belotti non si riusciva neppure a parlare e dal suo collaboratore avv. C. Em. Crespi, di una grande esperienza e sapere giuridico, oberato da lavoro, arrivava raramente qualche idea.
Occorreva studiarsi l’ incarto daccapo e scrivere.
E scrissi anch’ io.
Una pagina di fatto nei primi mesi mi costava oltre 1 ora per la relativa stesura, quella in diritto anche di più, ma oramai il salto l’ avevo fatto dimettendomi e non potevo tornare indietro.
Persuaso che occorreva rendere così almeno 20 volte al mese quello che mi si dava, fui per anni e anni 4/5 notti alla settimana a tavolino, a stendere quelle comparse che non era possibile studiare durante il giorno.
Come ex cancelliere fui subito iscritto all’ Albo dei Procuratori legali, ma ne avevo già prima acquisito il diritto, perché a Napoli nel corso dell’ Università avevo superato gli esami da procuratore dopo aver dato i 5 codici (civile e procedura civile - commerciale - penale e procedura penale).
A Milano invece sostenni gli esami di avvocato e così fui avvocato nello stesso 1923 in cui ero stato iscritto all’ Albo dei Procuratori.
Il mio lavoro fu apprezzato e rimunerato : dopo 6 mesi ero già a £. 1000 al mese e poi a 1500.
Dopo 3 anni avevo già raggiunto la paga di £. 2000 mensili, che era la massima paga data ai collaboratori degli studi legali di Milano.
I nuovi allievi dello Studio - Mario Buzzi, Pierino Corti, Antonio Bana -mi consentirono di sgravarmi del lavoro procuratorio.
Dedicandomi solo alle comparse e presa la mano allo studio ed alla scrittura negli ultimi tre anni (1926-1928) mi fu facile il lavoro d’ avvocato.
Nel 1925 avevo portato a Milano mia sorella Amelia prendendo in affitto 2 locali e servizi in piazza del Suffragio 4 con affacciata in via Foldi ad Oriente.
Vicina era la famiglia del Maestro Sigismondo direttore d’ orchestra e quivi alloggiava durante la stagione del Teatro alla Scala dove era ingaggiata, la signora Adele Ponzano di Torino, la quale, quando era ingaggiata al Teatro Ponchielli di Cremona, era ospite gradita da lunghi anni di Anna Roncaglio vedova di Slerca Edoardo.
Affettuosa amicizia intercorreva tra essa e la famiglia del dott. Milton Slerca di Sesto Cremonese, figlio di Anna Roncaglio.
Amelia mia sorella frequentava la casa del Maestro Sigismondo con porta accanto alla nostra e una sera in auto padre e madre Slerca con la figliola Lea erano a Milano in visita alla sig.ra Ponzano presso la famiglia Sigismondo.
In questa casa mi incontrai così con Lea Slerca e i suoi genitori dai quali fui invitato a Sesto Cremonese.
La signora Ponzano, che aveva visto crescere questa ragazza, mi diede tutti i ragguagli possibili sulla famiglia Slerca, sulla Lea, educata alle Marcelline di Milano, diplomata in pianoforte al Conservatorio Martini di Bologna; 26 anni di ottima cultura generale e di una grande squisita sensibilità.
Fisicamente una bella ragazza dal portamento molto elegante, ben formata, alta 1.66, di origine cecoslovacca.
Uno Schlerca farmacista al seguito di Radetzky in Italia aveva sposato una veronese e i loro figlioli furono tutti garibaldini nel 1860.

Nonno Edoardo tipografo a Cremona nella sua casa posta vicino al Teatro Ponchielli di Cremona, ospitava l’ on. Leonida Bissolati socialista ed interventista nel 1915.
Fui ben presto a Sesto Cremonese e mi intrattenni una giornata con Lea.
Rientrato a Milano scrissi a suo padre che volevo sposarla e alla 2a visita ero già fidanzato della stessa.
I preparativi delle nozze andarono per le lunghe in attesa della costruzione della villa di Sesto Cremonese, nuova casa degli Slerca, che fu pronta nel settembre 1926.
Il 26 novembre 1926 sposai questa ragazza, la portai a Napoli a conoscere mia madre, che mi definì bravo ragazzo, ma capatosta cioè testardo.
Fui molto felice per molti mesi con questa angelica creatura, che il 10.9.1927 diede alla luce una florida creatura dai capelli neri neri come quelli di sua madre, cui demmo il nome di mia mamma Mariagrazia.
Questa data segnò il momento di trapasso dalla felicità alla disperazione.
La Lea diede segni evidenti di essere ammalata di tubercolosi e non ci furono cure per strapparla alla morte.
Fui a Nervi e poi nella casa di cura di Pavia da dove la trassi a Sesto Cremonese quando non ebbi più denaro per sopperire alle spese di ricovero e di cure.
La febbre la divorava notte e giorno, la malattia l’ allontanava dalla sua stessa bambina affidata ad una balia, Clementina Piseroni di Sesto Cremonese.
Non aveva occhi che per me - il suo Nanoli - in allarme e straziato dal vederla sempre più declinare.
La sera del 24.3.1928 già rantolava e ad un tratto fece “O Dio, non ci vedo più” e si distese per l’ eterno viaggio.
I suoi funerali impegnarono pressoché tutta Sesto Cremonese.
Mi rimase il suo corredo, una grande ciocca dei suoi capelli e la bambina in cui riposi ogni mia speranza futura.
Ma anch’ essa presa da meningite in pochi giorni fu tratta a morte il 9.6.1928.
Il dramma mi si era svolto e concluso in poco più di due anni, nel corso dei quali fui fidanzato, sposo, padre e orbo della mia figliola, senza più una lira del patrimonio ridotto a 300 lire.
La perdita della piccola mi trasse a grande disperazione.
Dovetti buttare le sue piccole scarpine in lana o cotone, la cui vista soltanto determinava in me lunghe crisi di pianto disperato.
Portai la balia a Milano, perché mi facesse da domestica e provvedesse al suo figliolo poliomelitico e ammalato.
Cambiai casa e da via Farini 4 dove ero stato felice con Lea, passai a via Beccaria 26 4° piano per ridurre le mie spese.
A fine del 1928 mi dimisi dallo Studio di Bortolo Belotti, che mi disse che avrei trovato sempre presso di lui un amico e così fu.
Mi diede ospitalità in una camera al 3° piano di via Brera 16 l’ amico avv. Pierluigi Sinistri, anche lui uscito dallo Studio di B. Belotti, per il quale si era logorato durante tutta la guerra europea.
Ebbe fiducia in me dicendomi “mi pagherai se guadagnerai” ed io guadagnai e pagai quello che mi chiese.
Imparai a scrivere a macchina a 2 dita con grande fatica, impiegando nella copiatura più ore che non a studiare l’ atto relativo.
Talora mi servivo di Ebe Falivene, dattilografa di Sinistri nello Studio Belotti.
Avevo svolto per Mario Barigotti direttore della Soc. Bonatti una lunga causa di lavoro per ingiusto licenziamento, che si concluse col pagamento a lui di oltre £. 700.000, cifra rilevante nel 1926.
Egli era passato a dirigere la Soc. Lombardi e Macchi, la più vecchia, forse, delle società per azioni di Milano, in via Palestrina, fabbricante di caramelle, passata in liquidazione, e fu lui a designare me come legale della società ormai posta in liquidazione.
Liquidatore della stessa era un vecchio medico Pavan, animato da un grande equilibrio e senso pratico.
Egli mi offerse £. 2000 al mese e i locali e la dattilografa.
Rifiutai per ragioni professionali, cioè per non diventare un dipendente, e pur attenendomi a grande modestia guadagnai, trattenendo le somme pagate per spese dai debitori, ben più di quanto a me promesso, mentre a carico della Soc. Lombardi e Macchi le spese furono modestissime.
Ebbi come allievi Luigi Caputo di Cosenza, passato a dirigere la Giustizia penale e ora referendario alla Corte dei Conti, Amilcare Lanza, Gian Luigi Foglia, quest’ ultimo uscito dall’ Università Cattolica.
Il primo mi diede grandi soddisfazioni perché proveniente dal meridione ebbe a dirmi che dopo aver copiato comparse per un anno intero presso un avvocato calabrese non era riuscito afferrare nulla dell’ ingranaggio della nostra procedura ed invece lavorando davanti a me su tavolo posto davanti a me, sentendo le mie telefonate, i miei discorsi con i clienti, il mio ragionare ad alta voce, le mie dettature, accompagnandomi sempre quando uscivo, nel volgere di 6 mesi aveva capito ed imparato i rudimenti del processo civile.
Peccato che il mio pessimismo finanziario non mi consentisse di tenere con me questo giovane valoroso e colto, ben presto passato ad altri incarichi di grande responsabilità, quale direttore della Giustizia Penale di Escobedo a Roma e poi alla Corte dei Conti.
Riassettavo allora la mia posizione economica dopo le vicende del mio matrimonio a Sesto Cremonese, dalle quali ero uscito con 300 lire in tasca.
La mamma, cui noi fratelli demmo ampio mandato per tutto quanto ci riguardava a Napoli dopo la morte di papà (15 luglio 1923), mi faceva pervenire £. 10.000 ogni tanto realizzate con la vendita della proprietà paterna.
A 33 anni avvocato avviato a Milano e pieno di lavoro io capivo bene che non potevo, nel 1930, darmi ad avventure che mi potevano dare gravi sorprese.
Dissi a me stesso che ragazze buone e brave c’ erano sempre state e feci il 2° passo matrimoniale.
Avevo come cliente nel 1930 la signora Varisco di Concorezzo per la quale lavoravo da più anni in varie cause ed essa era suocera del dott. Pattarin, figlio di un insegnante a Milano e marito di una signora Locatelli abitante in via Ciro Menotti.
Essa era la sorella di quell’ avv. Luigi Locatelli di Pordenone presso il quale nel 1922 avevo fatto pratica forense e con la mia cliente Varisco fui più volte a prendere il thè presso di lei.
Quivi trovai con altre ragazze anche Adele Lovati dalla fiorente armoniosa bellezza, dai lunghi pesanti capelli biondo-oro e fu facile intenderci tra di noi.
I ragguagli a me occorrenti li ebbi dalla signora Pattarin, che la conosceva da lunghi anni, e mi bastarono.
Adele fu qualche tempo incerta se sposare un vedovo, ma poi cambiò idea secondo i suggerimenti di suo padre, vecchio milanese avente uno squisito senso pratico, e le informazioni raccolte presso l’ avvocato Belotti e la mia prima famiglia di Sesto Cremonese, informazioni che furono lusinghiere.
Ci sposammo il 10.9.1931 nella Chiesa di Santa Croce e fummo molto felici.
Adele era una pittrice nata, coglieva fiori, paesaggi e cose senza difficoltà alcuna, rapidamente con accentuato verismo ed aveva un senso elevato della armonia dei colori.
Sapeva far di tutto, cappelli, abiti, biancheria, maglieria di ogni specie e se avesse potuto commerciare sarebbe stata abilissima.
Da via Beccaria nel 1930 ero passato al 3° piano di via Amedei n. 6 presso piazza S. Alessandro e il 3.7.1932 nacque la nostra prima figlia, cui diedi il nome di Mariagrazia come alla prima figliola.
Adele poco dopo trovò nuova e migliore abitazione al 1° piano di via Besana 8 e quivi trasferii nel 1933 il mio studio in due locali della stessa abitazione e così lasciai via Brera 16, oramai decentrata rispetto al nuovo Palazzo di Giustizia in Porta Vittoria e mi diedi da fare per attivare il mio studio.
Nel 1935 o 1936 morì Maria Orlandi madre di Adele e mio suocero Edoardo Lovati venne a stare con me in via Besana.
Dopo di che parve opportuno trovare altra casa e altro studio.
In via Cellini 6 al piano rialzato nel 1937 trovai 2 locali e quivi piantai lo studio liberando Adele dai fastidi che lo studio in casa dà sempre.
Era nato il 14.5.1937 il nostro secondo nato Edoardo e così passammo in via Marcona 11 al 3° piano.
Quivi mi sorprese nel 1940 la dichiarazione di guerra e la partecipazione nostra alla 2a guerra europea.
Poco dopo il giugno di quell’ anno dovendo il mio locatore dare alloggio ad una sua figliola rimpatriata dall‘ Eritrea fui ospite in viale Regina Margherita del mio amico avv. Nicola Bonelli, giovane di vasta cultura e intelligenza, con solida posizione finanziaria derivata dai beni di famiglia.
E qui trasportai le mie carte prevedendo che difficilmente avrei potuto sottrarmi - già maggiore di complemento - al servizio militare.
E così fu.
Nel marzo 1941 con un preavviso di 5 giorni (durante i quali smobilitai lo studio mandando le carte ai clienti o passandole ad altri colleghi) fui richiamato alle armi e destinato al 7° Reggimento Fanteria a Brescia dove ebbi il comando di un battaglione di richiamati.
E qui ebbi netta la sensazione della scarsa nostra preparazione alla guerra.
Dovendo addestrare 1000 uomini all’ uso del mitragliatore Beretta (fabbricato a Brescia) non fui capace di averne due e dopo vane ricerche finii per impormi togliendoli ad un reparto di Balilla !
E pensando ai consumi fatti 25 anni prima in Cirenaica per la mitragliatrice Fiat 1916 feci sparare ad ogni uomo caricatore.
Apriti cielo !
Il Colonnello Edo Laci, che come mutilato di guerra era già in riserva da molti anni ed aveva acquisito una mentalità borghese e mi stimava tanto, rimase preoccupato soltanto per quello che ne avrebbero detto i superiori comandi di questo consumo di munizioni.
Ma le nozze non si fanno coi fichi secchi ed il consumo da me fatto era un minimo non riducibile per chi deve mandare allo sbaraglio in guerra uomini che non sanno maneggiare le loro armi.
Ma li addestrai tutti ed essi mi vollero anche bene perché abolii d’ un tratto tutte le forme militari superflue e li addestrai alla disciplina responsabile degli ascari eritrei o dei nostri alpini.
Il Battaglione doveva muoversi e incanalarsi nell’ ordine segnato da 2 dita mie in aria.
Il 2 segnava che avrebbe dovuto muoversi la 2a Compagnia, alla quale sarebbe seguita la 3a, la 4a e poi la 1a.
Fui coi miei uomini dall’ alba al tramonto a tutte le ore, presente a tutte le esercitazioni e marce e non poche volte sostavo presso qualche osteria perché tutti avessero un panino ripieno ed un bicchiere di vino.... a mie spese, ma questo lo doveva sapere solo il mio aiutante maggiore.
A notte inoltrata ero spesso in caserma per mandare a letto, ma senza punirli, quelli che al lume di una candela si giocavano a carte i soldi di cui potevano disporre.
Raddrizzai le gambe agli addetti alla cucina, ai quali non diedi tregua.
Ero in sussistenza a far la spesa, ero in caserma a ripesare e controllare ancora al momento in cui i viveri entravano in caserma.
Impostai la contabilità della cucina e del deposito viveri ed inflessibile pescavo e ripescavo quello che doveva essere di scorta viveri secondo le risultanze contabili.
Gli assenti (prevalentemente di sabato e domenica) dovevano essere segnalati in cucina per accantonare viveri e aumentare la razione quando i soldati rientravano affamati dalle esercitazioni.
Soppressi le tinozze dove i residui di rancio si buttavano perché non ci furono più avanzi.
In 4 giorni il Colonnello cominciò a ricevere nel suo ufficio su un piatto una porzione di rancio somministrata al soldato mattina e sera : il che non era mai avvenuto.
In tempi di tessere tutti videro ed apprezzarono.
E confesso che avrei preferito mangiare il rancio che passare per la mensa ufficiali dove talora la sciatteria imperava !
Dopo oltre un mese quei soldati furono tutti in Iugoslavia.
Il Colonnello Laci rimase di stucco quando constatò alla stazione di Brescia che al Battaglione erano tutti presenti meno 2/3 uomini e ai finestrini agitavano i fazzoletti per salutarmi.
Le precedenti partenze avevano avuto un rilevante numero di assenti.
Non ricordo più quanti fiaschi di vino feci tirare su sul treno.....a mie spese.
E così rimasi a spasso.
Ma non passarono 2/3 giorni che a metà aprile del 1941 mi si diede una vecchia caserma vuota, 100 uomini, un po' di viveri per una settimana e l’ incarico di mettere su il Campo di Concentramento dei prigionieri di guerra jugoslavi a Vestone da Brescia e sotto la valle dell’ Idro.
Cosa feci non riferisco, ma in 10 giorni in quella caserma sopra Vestone c’era tutto l’ arredamento per 600 uomini, un mare di cose, dai letti alle brande, agli armadi, ai piatti, alle posate, alla cucina economica, al fil di ferro spinato per la recinzione.
Dieci giorni dopo l’ inizio di questo faticoso lavoro, 500 prigionieri di guerra jugoslavi entrarono in caserma e furono tutti internati, ma non sapevo come amministrare i loro fondi ad essi sequestrati, il denaro che avevo in tasca (4.000.000) in un assegno circolare non trasferibile.
Fu provvidenziale l’ arrivo a Vestone del Generale Comandante il Corpo di Armata territoriale di Milano, che trasecolò a constatare che i prigionieri erano a passeggio secondo la convenzione internazionale sui prigionieri di guerra, alla quale l’ Italia in quei giorni aveva fatto adesione.
Me lo misi a destra del tavolo di casermaggio ricoperto da una coperta da campo, che era il tavolo del cosiddetto mio ufficio; a sinistra mi misi il Colonnello del Genio che lo accompagnava e passammo in rassegna 54 problemi da risolvere a cominciare dal deposito dei fondi jugoslavi all’ amministrazione del campo.
Due ore e più di colloquio su 54 pratiche allineate da me come i fascicoli delle mie cause civili.
Il problema maggiore - l’ amministrazione del campo (come un reggimento in guerra) - fu risolto mandandomi un tenente di amm.ne che tenne la contabilità e mi sgravò del peso di quell’ assegno di oltre 4 milioni che avevo in tasca e che spaventava il Generale di Corpo d’ Armata.

7.9.74

Risolsi il problema dell’ appello mattiniero dei prigionieri inquadrando i presenti in cortile a plotoni di 30 uomini.
La conta dei plotoni e le deficienze in uomini dell’ ultimo diceva a me subito quanti erano gli assenti e l’ ufficiale di servizio jugoslavo mi doveva dare la nota degli assenti o ammalati, che successivamente erano visitati dal medico del campo (il dentista dr. Guerra di Milano).
Per questo controllo mi bastavano così pochi minuti, mentre qualche anno dopo la parte più brutta della mia prigionia di guerra era la conta mattiniera perdurante al freddo, in pantaloncini, più di un’ ora talora !
Poco dopo fu destinato al Comando del Campo un colonnello richiamato dalla riserva ed io dedussi che dovevo lasciare quel comando.
E così fu.
Se ne dolsero i prigionieri di guerra che per bocca del Col. Milencovic, già addetto all’ Ambasciata jugoslava a Roma e parlante un perfetto italiano, espresse a me il loro rammarico e il loro dispiacere.
Li avevo trattati con estrema umanità senza costrizioni inutili, senza punizioni, dando ad essi tutto quello che dovevano avere, in primo luogo tutta la razione viveri ad essi destinata, e lasciandoli liberi di fare quello che volevano al campo.
Ogni giorno sotto scorta li mandavo a spasso per i dintorni di Vestone.

8.9.74

Fui destinato al Distretto Militare di Bergamo per il Comando di un altro battaglione di Fanteria; ma non feci in tempo ad orientarmi con questi nuovi miei soldati sparsi un po' dovunque a Bergamo, che fui destinato a passare in Libia.
Trassi un respiro di sollievo perché ero persuaso che sarei morto se destinato in Russia.
Il freddo è stato sempre il mio grande nemico e poi la Cirenaica, dove nel 1941 si combatteva, era una mia vecchia conoscenza di 25 anni prima !
Partii per Napoli ostentando serenità e cercando così di consolare la mia Adele che lasciavo a Milano con 2 bambini ed il vecchio nonno Edoardo, che mi voleva bene come se fossi suo figlio.
A Napoli nei ben noti “Granili” di San Giovanni a Teduccio dove era sempre il Distretto Militare e il comando tappa per la Libia, c’ era grande trambusto.
Il piroscafo Conte Rosso era stato affondato in quei giorni a sud della Sicilia dopo essere uscito da Catania e grande fu la mia sorpresa di incontrarmi con Umberto Casella marito di Lina Slerca, cugina della mia Lea, naufrago di quel siluramento.
Nonostante la sua naturale arguzia, espressione del suo vivido ingegno napoletano, che lo portava al facile “sfottò” di amici e parenti, Umberto usciva da quell’ episodio di guerra molto scosso e ne aveva buone ragioni.
Era rimasto in acqua aggrappato con altri ad una zattera per 10 ore (e 10 ore sono tante da piegare ogni più forte fibra) e molti si erano abbandonati in mare per sempre.
Egli mi disse della tragedia vissuta per tenersi aggrappato a qualche cosa e a rafforzare le mani e col suo spirito pratico mi disse che era opportuno avere a portata di mano più metri solida funicella.
Non me lo feci dire due volte perché già sapevo che dovevo prendere imbarco sul Marco Polo e a Forcella comperai tre quattro metri di solida funicella arrotolata e tenuta in guisa che rapidamente avrei potuto averla sottomano svolta al primo allarme.
Col viatico di questa funicella e tenendo d’ occhio il salvagente feci questo altro viaggio per mare - già infestato da sottomarini - senza scorta.
A Tripoli tirai un sospiro di sollievo perché l’ incubo del mare ebbe fine.
In attesa di nuova destinazione girai qualche giorno e a zonzo per Tripoli, che vedevo per la prima volta, da noi resa una gran bella città col suo lungomare, tipo via Caracciolo di Napoli, coi suoi caseggiati, le sue vie spaziose, le sue piazze in alcune ore rigurgitanti di arabi, con l’ attrattiva di qualche rudere romano, il suo suk (mercato) col solito arabo seduto per terra , che le sue mercanzie deve vendere soltanto dopo lunga trattativa (altrimenti come farebbe a passare la sua giornata ?).
Fui destinato alla Divisione Pavia avanzante al seguito della colonna corazzata tedesca comandata da Rommel verso il confine libico, dopo la prima ritirata inflitta al nostro Generale Graziani dagli inglesi.
Graziani che si era fermato in Libia prima e in Abissinia dopo contro arabi e truppe di colore, non seppe resistere al desiderio di facile vittoria verso Est quando gli inglesi sguarnirono il fronte libico per correre in soccorso della Grecia da noi aggredita e che ci diede delle gravi lezioni militari.
E si avventurò verso Est con i nostri inefficienti carri armati alla bersagliera senza pensare che la distanza da percorrere sta a carico di chi avanza e deve assicurarsi i rifornimenti, per i quali i mezzi di trasporto vanno raddoppiati nei tempi odierni ogni 200 km. almeno.
L’ errore che fece Napoleone in Russia fu ripetuto nel 1942 quando avanzammo ancora verso El Alamein, sotto Alessandria d’ Egitto, e la direzione della guerra era praticamente affidata a Rommel, per quello che posso sapere io l’ unico geniale generale che ha espresso la 2a guerra mondiale.
Nel maggio 1941 la Divisione Pavia era già schierata attorno a Tobruk, che gli inglesi avevano saputo saldamente tenere.
Dopo tremila km. di viaggio in autocarro una sera di maggio 1941 arrivai a Tobruk al Comando della Divisione Pavia tenuta dal Generale Antonio Franceschini.
Fu la sera, forse l’ unica, che in questa 2a guerra mondiale ebbi vera paura perché, come al solito, ero persuaso che arrivando in linea di fuoco di notte vi sarei rimasto ucciso.
Non ci sono che queste idee preconcette, queste superstizioni, che talora assillano l’ uomo, a renderlo vile; ma così era avvenuto spesso per molti che arrivavano in trincea del Carso nel 1915, 26 anni prima !
Qui ricordo che passando dopo Bengasi per Cirene io cercai invano Cirene.
La zona dopo 25 anni era tutta alberata e l’ aspetto esteriore di essa era totalmente cambiato.
Soltanto la strada iniziante la discesa verso il mare e portante alla Marsa Susa del 1917 mi diceva che ero a Cirene.
Vi ero stato oltre un anno e l’ andamento altimetrico del terreno non poteva essere sovvertito.
Al mattino seppi che ero destinato al Comando della base della Pavia sita a 60/70 Km. prima di Tobruk sulla costa e tornai indietro a rendermi conto di questo comando tenuto dal tenente colonnello Giuseppe Zironi del 3° Regg. Art. Celere di Milano, avvocato e mio amico a Milano (di recente Zironi è morto).
Influirono per questa destinazione le mie note caratteristiche, specie quelle più recenti esaltanti le mie capacità militari e organizzative con l’ efficienza del battaglione da me comandato a Brescia e con l’ allestimento in 10 giorni soltanto del campo di prigionieri di guerra di Vestone.
Avevo in retrovia - disse il Gen. Franceschini - più uomini che lui stesso in linea, due ospedali militari da campo, una sezione sussistenza, l’ ufficio postale militare (n. 61 ?), il gruppo di artiglieria di retrovia (rifornimento e riparazione), il parco automobilistico della Pavia (in via di accrescimento perché la divisione doveva diventare motorizzata), il campo di riposo.
Era questo campo che preoccupava il Comandante:
I soldati si ammalavano di itterizia.
Dovevo metterli in sesto col potere di prorogare io la sorte dei convalescenti ad Ain el Gazala.
Feci di questo campo un ritrovo balneare, mimetizzato nelle sabbie consistenti della spiaggia, servendomi del legname che veniva rigettato sulla costa, ed esso venne visitato da Ufficiali di tutte le divisioni dislocate in Libia.
Il capitano medico del vicino ospedale mi suggeriva le proroghe della convalescenza, ne sorvegliava le cure, mi indicava il vitto migliore che io resi abbondante, assai ricco di frutta (di vitamine) che comperavo a Derna senza limitazioni, avendo avuto pieni poteri e fiducia assoluta da parte del generale.
Talora organizzavo autocarri completi per portare questi ragazzi a Derna dove c’ erano più luoghi sorvegliati, dove essi potevano abbandonarsi alla loro giovanile esuberanza e mitigarla.
Il pane muffiva quando dopo qualche giorno dalla cottura arrivava nei sacchi di tela senza passare in linea.
Feci esaminare a Bengasi l’ acqua attinta a fior di mare in una insenatura di Ain el Gazala (acqua delle gazzelle).
Era ottima, addirittura scevra di sale, e dopo molte ricerche e interpellando centinaia di persone riuscii a trovare il bandolo della matassa.
Il pane era troppo presto insaccato e l’ umidità che esso aveva determinava la muffa.
Disposi che fosse tenuto mezza giornata all’ aria aperta sotto baracche ventilate su tavoli di fortuna e ai sacchi sostituii le reti.
Fiorirono qui, per mia cura ed iniziativa, numerose officine di riparazione di autocarri.
L’ ordine era di non toccare quelli guasti e non servirsi dei pezzi buoni di essi per riparare altri fermi.
Feci finta di non conoscere questi ordini....dei soloni delle retrovie e feci come meglio mi parve.
Non so quanti autocarri feci mettere in efficienza.
L’ autocarro OM da Brescia aveva la scatola dello sterzo in ghisa e la via Balbia era più stretta verso Tobruk.
Quando due autocarri si incrociavano lo sforzo tremendo determinato dalle buche della banchisa di destra spaccava la scatola dello sterzo e......addio autocarro.
Lo stesso avveniva per la balestra più importante, la prima superiore.
A rigore ogni autocarro avrebbe dovuto essere fornito da 2/3 scatole dello sterzo di ricambio e 3/4 balestre principali di ricambio.
Ma dall’ Italia, nella corruzione che dovevano guidare queste forniture, si preferiva mandare (..... per mare sempre infido) un autocarro in più anziché dei pezzi di ricambio.
Le corde per sistemare e tenere il carico era un accessorio sconosciuto in Italia.
Il caos era anche a Bengasi perché gli autocarri di cui doveva essere dotata la Divisione Pavia erano dirottati verso altri reparti.
E allora un maggiore sulla via Balbia fermava tutti gli autocarri nuovi e con la scorta di un soldato armato della Pavia dirottava l’ autocarro al Comando della Pavia.
Nella mia attività di capoofficina di autocarri sono riuscito a montare motore nuovo di Lancia 3RO in pieno deserto, dopo aver trovato una”capra” con la quale sollevare il motore vecchio del peso di oltre 6 quintali.
Rimase di stucco quel Colonnello di Bengasi che mi diede il motore nuovo quando gli riportai quello vecchio !
Diatribe enormi dovevo fare per avere munizioni di notte quando urgevano in linea.
Il Comandante, che talora era un colonnello, dormiva e io lo facevo svegliare perché in guerra non c’ è notte che tenga e se traccheggiava mi imponevo dicendogli che avrei caricato lo stesso anche senza il suo permesso !
Svegliare di notte o all’ alba soldati nascosti per dormire negli anfratti di qualche uadi (sponde di torrenti) era fatica sovrumana.
Ricorrevo allora alla sparatoria con un fucile 91 e la sparatoria li metteva in allarme e venivano fuori.
Radiofante riferiva tutto al Comando della Divisione perché nulla sotto le armi si fa che non sia risaputo e il Generale Franceschini mi sfotteva quando arrivavo in linea sotto Tobruk.
Questo avveniva verso sera 2/3 volte alla settimana.
Viaggiavo su un 3/RO senza marmitta di scappamento e senza parabrezza.
Il rumore del motore, il fuoco che usciva dallo scappamento aperto svegliava gli inglesi, che spesso mi accoglievano con una bordata di cannonate.
“ Arriva Forte” dicevano al Comando da dove ripartivo al mattino o nella notte dopo i miei resoconti al generale, che mi diede la massima fiducia anche per le spese che facevo per il campo di riposo.
Radiofante riferiva che tutti andavano in auto ed un maggiore solo andava a piedi per la via Balbia facendo l’ autostop.
Inondavo la divisione e il campo di riposo di frutta e di uva e radiofante riferiva che uno solo non aveva toccato questa delicatezza.
Frequenti furono i bombardamenti aerei di questa base della Pavia ad Ain el Gazala, spesso con spezzoni incendiari che mandavano in fumo autocarri e la notte era pericolosa, anche per queste ragioni.
I soldati nella loro ignoranza non capivano che la nostra linea di fronte era assai labile e che venendo da sud si poteva tranquillamente arrivare alle nostre spalle !
I posti avanzati, da me scaglionati in profondità per proteggere questo campo o meglio per essere avvertito di queste possibili incursioni, funzionavano sempre male perché il fante non ne capiva le ragioni.
E gli inglesi arrivarono da sud anche a Sirte 600 km. da Tobruk per incendiare diversi apparecchi di quel nostro campo di aviazione !
Sotto novembre 1941 ci preparavamo a dar l’ assalto a Tobruk, allertato al riguardo il nostro Battaglione Genio comandato dal Ten. Col. di complemento Daniele Marchetti di Ancona, il più intrepido degli ufficiali della Divisione, quando piogge torrenziali come non visto in Cirenaica da oltre 20 anni diedero lo scompiglio alle nostre posizioni, assalite frattanto in forza dagli inglesi usciti da Tobruk e avanzanti da Est.
Fu necessario ripiegare verso Ain el Gazala, che divenne presto linea di fuoco e dove si fece la prima resistenza al nemico.
Avevo detto ad un caporale, che era a guardia del vasto deposito interrato di bidoni di benzina, che sarei andato a rilevarlo da quella consegna.
Ma quando, dopo essermi ritirato per 3/4 km. su un autocarro marciante a zig zag fuori dalla Balbia verso Ain el Gazala per evitare i colpi di artiglieria contro di me diretti e partenti dal visibile costone in rilievo di quella località, giunsi egli se l’ era già squagliata !
Disciplina nostra e dabbenaggine di chi aveva dato l’ ordine di restare a piè fermo.
E un altro pazzo, un maresciallo del 3° Celere con un trattore d’ artiglieria mi aveva seguito.......per caricare benzina !
Peccato non saper fare qui il suo nome.
Lo rinvenni più tardi ad uno dei raduni annuali dei reduci della Pavia in Romagna e fui felice di stare ancora con lui....questa volta a tavola.
Sopraffatti da forze preponderanti inglesi (con indiani ascetici e australiani tutto muscoli) dovemmo ritirarci ancora.

10.9.1974

La località di Ain el Gazala che mi aveva visto in retrovia fu teatro di grande battaglia sostenuta principalmente dalla Pavia.
E ripiegammo verso Derna, poi verso Bengasi attraverso quei villaggi che i coloni avevano costruito e predisposti per le loro coltivazioni.
A Bengasi la marmaglia araba era in tumulto.
Aspettava che i nostri depositi fossero rimasti incustoditi per darvi l’ assalto ponendosi tra gli assaltanti.
Ero in testa alla colonna quel giorno su un autocarro portante una mitragliatrice.
La folla impediva il passaggio e io feci aprire il fuoco facendo sparare in alto.
Lo sciame si aperse d’ incanto e proseguimmo verso Agedabia ed oltre.
Gli inglesi per via interna potevano tagliarci la ritirata ed intrappolarci definitivamente.
Fu qui che mi diedi da fare per dare acqua alla divisione assetata (si andava sino a Sirte a prenderla).
Feci scavare lunghi solchi in queste piccole oasi. Feci fatica ad attivare la prima pompa perché al motorino mancava la candela, tolta al primo motociclista che mi passò sotto gli occhi fermandolo.
Avevamo lasciato a Bengasi mucchi di fusti di benzina (vuoti) grandi come un caseggiato di 4 piani e non sapevo dove mettere acqua per la divisione.
Arrivai fino ad Agheila dove c’ era altro pozzo in riva al mare e qui smantellai i fortini che un battaglione arabo si era costruiti, riempiendo di sabbia fusti vuoti di benzina.
Trovati l’ acqua e i fusti mancavano i tappi.
Ma scorrendo per servizio nel deserto avevo già intravisto mucchi alti 2 metri di tappi.
Occorreva ritrovare questi mucchi e ebbi la fortuna di rintracciarli.
Alla fine la divisione poteva avere oltre 10 litri di acqua a testa.
Erano 400 fusti di benzina svuotati di vecchia sabbia e perciò puliti che servivano allo scopo.
Nel caos delle esigenze militari i pozzi di Mateu Becher ogni notte erano invasi letteralmente da autocarri di tutte le divisioni per caricare acqua con tutti gli attriti e liti e vie di fatto che ne derivano tra soldati spronati a far presto, perché quella zona quasi tutte le sere era bombardata e la località scottava.
Sotto le armi ho voluto rendermi conto di persona di quanto accadeva e all’ indomani del mio sopralluogo notturno ero al comando del XX Corpo d’ Armata per riferire a quel capo di stato maggiore la situazione.
Suggerii di stabilire ore fisse per l’ attinzione dell’ acqua da parte di ciascuna divisione in modo che tutti gli autocarri della medesima potessero accedere a tutte le fontanelle, ormai diventate assai numerose, riempire i fusti e caricarli e portarli subito via altrove.
Così fu fatto ed ordinato ed il pericolo di bombardamento fu così distribuito a sorte tra le divisioni secondo l’ attività dei bombardieri inglesi.
Per la Pavia un cartello ben visibile sulla via di accesso ai pozzi indicava il posto d’ acqua della Pavia.
In Africa i pali con indicazioni erano preziosi.
Fu facile a me con pochi uomini e un caporale organizzare la distribuzione dell’ acqua.
I reparti della Pavia potevano accedere quando volevano di giorno e di notte coi fusti vuoti.
Tanti fusti vuoti scaricavano e tanti fusti pieni ricevevano a volontà.
Gli uomini fermi a terra su lunghi pali appoggiati agli autocarri aiutavano a caricare : dopo di che l’ autocarro doveva partire per non fare assembramenti visibili dall’ alto e pericolosi perciò !
Attenzione soltanto ai tappi dei fusti, perché un recipiente è buono soltanto col tappo !!
Un altro guaio grande era determinato dall’ insabbiamento della via Balbia ad Agheila, porto sul quale convergevano anche le vie provenienti da sud (Giarabub).
La sabbia arrestava il flusso e la marcia degli automezzi.
Mi impadronii del 1° autocarro Lancia 3RO che mi capitò sotto mano e fatta una corda, me ne servii per trainare fuori gli automezzi insabbiati.
Una fatica improba durata quasi tutta una mezza giornata dopo mezzo giorno nel ghibli.
A notte rintracciai quel maggiore che era sul luogo da 6 mesi al comando del Battaglione di Ascari libici per dirgli che in tanto tempo con tanti uomini a grattarsi la pancia non aveva sentito il bisogno di spalare un po' di sabbia.
Nelle tende e nelle baracche di Agheila riuscii a rintracciare un comando genio del XX Corpo d’ Armata e mi feci dare 400 badili.
Al mattino schierai a destra ed a sinistra della strada 400 uomini arrivati alla Pavia come nuovi complementi dall’ Italia e feci in modo che uno di essi spalasse sabbia per 10 minuti, quando veniva sostituito da altro.
Mezza giornata mi bastò per eliminare in quell’ incrocio ogni insabbiamento e così con questo lavoro passai alla popolarità tra gli ufficiali del XX Corpo d’ Armata, che pare mi richiedesse al Comando; ma il Generale Franceshini fece capire che non mi avrebbe mollato.
Per lui ero inamovibile dalla Pavia.
Ad Agheila dove mi erano sopraggiunti 400 uomini dall’ Italia sorse il problema di come dare da mangiare a questi uomini.
Credo che a quell’ epoca ero stato già promosso tenente colonnello, che è un bel grado perché mi permetteva di avere qualche parola in più coi Capi di Stato Maggiore della Divisione, di regola maggiori o capitani e come tale mi arbitrai di prelevare 400 razioni viveri per questi soldati, che non potevo mandare all’ assalto del primo magazzino di sussistenza della zona.
Ogni soldato dipende ai fini amministrativi da un comando di compagnia o di batteria.
Io stesso e il mio generale per la paga facevamo parte della Compagnia Comando della Divisione.
Dopo 20 giorni o un mese venne da me il capitano amm.re della divisione per dirmi che mi sarebbero state addebitate dall’ Intendente le razioni prelevate da me “abusivamente”.
Gli dissi allora di fare prima le verifiche del caso presso le compagnie da cui i soldati dipendevano, perché se “assenti” temporaneamente quei capitani avrebbero dovuto prelevare razioni in meno rispetto ai soldati in forza alla compagnia.
L’ Intendenza capì l’ antifona perché la mia irregolarità formale si sarebbe trasformata in irregolarità sostanziale per quei capitani che avevano prelevato senza avere effettivamente presenti la relativa truppa da vettovagliare.
Alcuni giorni dopo ritornò da me il Cap. Comm. per dirmi che l’ Intendente aveva ordinato di strappare tutti i miei buoni di prelevamento, ed io lo pregai di dire al Generale Intendente che nel nostro esercito non mancavano persone intelligenti.
Era già avvenuta la mia promozione a Tenente Colonnello ed il mio collega Maggiore Vincenzi di Roma , approfittando dei diuturni bombardamenti subiti dalla base della Pavia, trovò modo di imbastire per me una proposta di concessione di croce di guerra al valore militare, che mi fu concessa e data io credo quando già eravamo sotto Agedabia.
In quel tempo diversi ufficiali del Comando avevano chiesto e conseguito brevi licenze in Italia e la chiesi anch’ io invocando la necessità di sistemare affari vari per i clienti del mio studio.

12.9.1974

Il Generale Franceschini me la concesse e in una giornata e più di viaggio snervante in camion fui a Tripoli e Castel Ruito, dove presi un aereo per Castelvetrano.
Da qui in treno lumaca per Palermo da dove telefonai a Milano e il giorno dopo ero a Napoli, dove Adele era scesa coi bambini e mi venne incontro felice di rivedermi.
Quella licenza fu rapida come un baleno e mi avviai di ritorno a Napoli ancora. Adele mi accompagnò.
Poco dopo partivo per Lecce per prendere un aereo a Galatina per Bengasi.
Non so bene come dopo qualche giorno che ero a Lecce anche Adele arrivò lì con la solita sua bravura e restammo ancora qualche giorno vicini.
La mia partenza da Lecce per Galatina fu alquanto dolorosa per noi due.
Oramai io sapevo la situazione nostra in Libia ed ero alquanto preoccupato per lo sviluppo degli eventi bellici in quella zona.
Adele sola a Milano con 2 bambini ed il vecchio nonno Edoardo suo padre era già alle prese con l’ incalzare degli eventi economici a Milano e coi pericoli di bombardamenti aerei.
Passando per Roma avevo incontrato lì mio fratello Vituccio, funzionario della Banca d’ America e d’ Italia ed amico di vecchia data di certo Zaccaria ex maresciallo di fanteria, addetto al Tribunale Supremo di Guerra, ed egli mi fece capire che avevo tutti i requisiti per essere destinato ad un Tribunale militare.
Feci apposita domanda al riguardo e come vice pretore onorario, tale già da lunghi anni giudicante a Milano, la mia domanda fu presa in buona considerazione.
Credo che Zaccaria, ben introdotto negli ingranaggi romani, fece di tutto perché la mia domanda procedesse, ma io restai all’ oscuro di tutto e mi affidai al mio destino.
Da Galatina in volo su un Caproni che faceva forse 90/100 km. all’ ora, armato di una mitragliera, in molte ore , drizzando la prua a sud fummo con la .... nel cielo di Bengasi.
E fu buona ventura non esserci imbattuti coi potenti Hurricane o Spitfire.
In tal caso un salto di 3/4 mila metri ci avrebbe sprofondati nelle acque del Mediterraneo per l’ eternità.
Feci presto a ritrovare la mia divisione che era alle porte di Bengasi già in lieve avanzata verso Est a seguito di rinforzi corazzati ricevuti.
Ma la divisione era squarciata e in via di ricostituzione.
Dovendo il Maggiore Vincenti, col quale ero giunto alla Pavia, assumere un comando di battaglione e lasciare così l’ ufficio di capo dell’ ufficio personale della divisione, fui chiamato io a svolgere quell’ incarico molto burocratico, ma difficile.
In quell’ ufficio si accentrava le licenze, i rimpatri, le promozioni, le punizioni, le ricompense al valore ed altro e io non capivo niente di tutto questo.
Con molta pazienza fui 7 giorni circa a leggere e riordinare per argomento tutte le circolari ministeriali che si erano accumulate in quell’ ufficio per orientarmi e ci riuscii.
Riordinai pure tutte le carte (ed erano molte) per persona in ordine alfabetico e fu facile poi ritrovarle quando era necessario e mi misi al lavoro.
Il 1° giorno scrissi almeno 60 lettere con una macchina da scrivere portatile acquistata per 700 lire da un sottufficiale che rimpatriava e feci colpo perché mi si gettarono addosso tutti a ricercare il dattilografo desiderato da tutti i comandi della divisione ed introvabile.
Rimasero di sterco quando appresero che ero io il mio dattilografo.
Il lavoro più grave con tutte le scaramucce svolte avanti a Tobruk e la grande battaglia di Ain el Gazala mi toccò rivedere tutte le proposte di decorazione al valore, che erano state avanzate.
Avevo piena fiducia del generale Franceschini e tutti i pareri che davo sulle medesime erano da lui approvati !
Un colpo di fortuna portò d’ un balzo solo i resti della Div. Pavia al seguito di Rommel da Bengasi a Tobruk, dal vecchio confine a Marsa Matruk ad El Alamein.
Gli esperti sanno che in questa località sussiste una naturale fortificazione: a 50/60 km. a sud della costa c’è una barriera di sabbia al disotto del livello del mare che è intransitabile.
Fortificata con campi minati la striscia tra El Alamein e la laguna di El Kattara o si sorpassa questa stretta e si è ad Alessandria d’ Egitto o ci si arresta.
Il valore manovriero audacissimo di Rommel, la cui tattica era quella di infilarsi nelle posizioni nemiche per metterle in crisi ed aggredire le forze inglesi durante la ritirata che questo sfondamento determinava, dovette arrestarsi sui campi minati di El Alamein, per questi campi minati dove era impossibile avventurarsi, per l’ esiguità delle forze corazzate arrivate logore da Bengasi a Marsa Matruh (800 km. ?) e per la pochezza delle forze di appoggio.
La Divisione Pavia arrivò ad El Alamein con un solo Battaglione ed un solo gruppo di artiglieria e cadde prigioniero il nostro comandante dell’ artiglieria avventuratosi pressoché da solo verso Alessandria.
L’ arresto segnò un punto rilevante a favore degli inglesi.
Mussolini che apparve sulla via Balbia, prima del vecchio confine, nella illusione di fare il suo ingresso trionfale in Alessandria d’ Egitto, dovette rientrare in Italia.
Le sorti della guerra non potevano decidersi in Africa e si decidevano infatti già altrove sotto Stalingrado nonostante la grande bravura e l’ audacia di Rommel.
Il generale Franceschini rimpatriava per malattia.
Lo sostituì per poco tempo il generale Arturo Torriano di Trieste (dal 2.3.1942) e quindi il generale Nazzareno Scattaglia (dal 1.9.1942).
Anche questi ultimi due generali mi stimarono molto.
Oramai ero l’ Ufficiale superiore che da più tempo era al Comando della Divisione e il mio senso del dovere era ben noto.
Presi sede da ultimo a Marsa Matruk sotto una tenda inglese col mio lettino da campo e le mie scartoffie, inseguito dai feroci bombardamenti aerei contro i quali c’ erano di protezione solo le buche a terra.
Ci furono fino al 15 ottobre 1942 varie battagli locali di assaggio sul fuoco del nemico, ma sempre rabbiose e comportanti gravi difficoltà e pericoli nelle manovre da farsi sui maledetti campi minati nostri ed inglesi.
Il 13 ottobre 1942 mi chiama il Generale Scattaglia per dirmi che da tempo ero stato destinato al Tribunale Militare di Guerra di Tripoli, che egli con 14 autocarri soltanto doveva dislocare la divisione sui margini del Kattara, dove - egli diceva - non avrebbe.......e che non era più il caso di indugiare per me in attesa che alla Divisione Pavia fosse destinato un altro ufficiale superiore perché facesse il capo dell’ Ufficio personale e che per me era meglio avviarmi a Tripoli.

Così feci in una giornata e mezzo di viaggio, stordito dal monotono cantilenare dell’ autista sul motivo di una vecchia canzone per ore ed ore senza sosta .......per tenersi sveglio.
A notte, all’ An dei Fileni, gli dissi di fermarsi e riposare ed io mi rifugiai a riparo del freddo della notte nell’ angusto spazio di quell’ An dei fileni segnanti la ½ della strada Balbia.
All’ alba riprendemmo la marcia e all’ imbrunire ero a Tripoli per fare il relatore del Tribunale Militare.

12.9.1974

Le attribuzioni del relatore del Tribunale militare non sono le più semplici, bensì sostanzialmente quelle del Presidente dei Tribunali penali ordinari, dato che lo stesso Presidente del Tribunale Militare è un militare e spesso digiuno di diritto e procedura penale.
Le questioni che insorgono nel corso del dibattimento sono in definitiva da appurarsi dal relatore l’ unico che nel Tribunale è il tecnico.
Ero laureato a pieni voti in diritto e procedura penale, avevo fatto anche il cancelliere del Giudice Istruttore e del Tribunale penale di Pordenone, non mi mancava una qualche pratica, ma ormai erano passati oltre 20 anni e raramente avevo fatto il difensore penale.
Mi misi perciò sotto a rinfrescare il mio diritto penale soprattutto ad amalgamarlo e fonderlo nel diritto penale militare di pace e di guerra, che è il più difficile dei nostri codici.
Visto che dovevano andare per le mani dei militari digiuni di diritto questi codici si capivano soltanto e con fatica inserendo dentro di essi (e sono 6 codici - parte generale - parti speciali - procedura di pace - parte generale - parti speciali e procedura di guerra) il diritto penale comune, la procedura penale comune e le norme di attuazione del codice penale e della procedura penale ordinaria.
Sono quindi 9 corpi di legge da fondere ad ogni momento, ad ogni decisione.
Mi misi perciò sotto - notte giorno - a rinfrescare il mio diritto penale comune e ad inserirvi le norme di diritto penale militare di pace e di guerra e in 15 giorni e notti io credo mi orientai perfettamente, scrivendo per me quella che poi feci stampare a Milano (auspice mio fratello Francesco) e intitolata “Nozioni di diritto penale militare di pace e di guerra (parte generale)”.
Sono 170 pagine a stampa che per tanti........aiutano grandemente anche l’ inesperto di diritto penale militare.
Feci così abbastanza bene il relatore del Tribunale di Tripoli con un lavoro non lieve perché - a parte il diritto - a notte alta dovevo essere preparato in fatto sui voluminosi incarti processuali sui quali l’ indomani si sarebbero svolti i processi con conseguente stesura della sentenza emanata.
La situazione generale evolveva contro di noi.
I rimpatri si accentuavano ed io finii per essere nominato Giudice Istruttore: il che vuol dire chi con la sua sentenza istruttoria getta le basi della decisione e chi poi è munito in tema di assoluzione di piena giurisdizione.
La sentenza di assoluzione del Giudice Istruttore militare è praticamente inoppugnabile.
Solo il Comandante dell’ Unità presso la quale il Tribunale è costituita può chiedere allo stesso G.I. di riesaminare la causa e le risultanze relative.
Il che in guerra non è semplice né facile, praticamente non avviene mai.
Nel mio ufficio presi in esame un mucchio enorme di processi.
Ogni giorno varavo 6/7- 10 sentenze secondo la mole degli atti.
Di regola ero d’ accordo col P.M. militare col quale mi concertavo preventivamente in modo che la decisione fosse conforme alle sue richieste se non aveva seri motivi per dissentire.
C’ è forse molta gente che ha la testa sul collo per merito di questo oscuro G.I. quale fui io.
A metà dicembre 1942 eccoti arrivare da Roma un telegramma di servizio che diceva “Nulla osta a che il Ten. Col. Forte Giovanni rientri alla Divisione Pavia per riassumere le funzioni di capo dell’ Ufficio personale della Divisione” !
Il che diceva che a Roma nel dicembre 1942 ignoravano ancora che sin dal 1° di novembre 1942 la Divisione Pavia si era sfasciata ed era stata fatta pressoché interamente prigioniera; che in tutta Italia e in Libia non s’ era scovato nessun ufficiale superiore che facesse il capo ufficio personale di una divisione combattente !!
Non a caso il Generale Nazzareno Scattaglia, comandante la Pavia ai primi di ottobre 1942, mi mise con molto ritardo in libertà per farmi raggiungere il Tribunale Militare nella speranza di avere un altro capo ufficio personale, che invece non fu trovato !!
Sono le miserie nostre emergenti da significativi fatti.
Del pari più tardi invano si attese in Tunisia il Procuratore Militare già designato a sostituire quello in carica e che cadde prigioniero a Tunisi come me stesso.
Il lavoro del Tribunale divenne febbrile dopo il dicembre 1942.
Gli inglesi ci incalzavano e il 20 gennaio 1943 anche il Tribunale Militare dovette sgomberare; ma non si trovavano neppure i camion necessari per il nostro bagaglio, che perdetti ancora una volta.
Pare qui a me giusto ricordare l’ unico episodio della mia vita militare in Libia dal quale dedussi che c’ era ancora chi in Libia - a Tripoli - ci stimava e ci amava.
La sudanese che lavava e stirava la mia biancheria nelle casupole che circondavano l’ edificio del Tribunale militare venne a portarmi l’ ultimo fagotto di biancheria pulita.
Era una giovane sudanese dal corpo scultoreo fatto di ebano vellutato in cui da sotto il pesante barracano uscivano due occhi bianchi lucenti e una bocca rossa con grosse labbra solcate da una fila di denti bianchissimi.
Essa piangeva sapendo che l’ indomani avremmo lasciato Tripoli e non sapeva come esprimere il suo cordoglio.
Era nata certamente pochi anni dopo la nostra occupazione di Tripoli e viveva bene con la famiglia coi servizi che apprestava agli italiani e si abbandonava volentieri al mio desiderio di lei.
La sera del 20 gennaio 1943 partimmo verso Ovest.
Passammo Sabrata a notte fatta (eravamo in 5 su un’ auto) e arrivammo a Medesina in Tunisia. Qui decidemmo di dormire in attesa dell’ alba.
La radio ci disse che Churchill era entrato a Tripoli !
L’ indomani eravamo a Sfax già ripetutamente bombardata e piantammo il nostro accampamento nelle case indigene puzzolenti di polipo essiccato e infestate di cimici!

12.12.1974

Qui mi giunse la comunicazione che come ufficiale superiore ero stato fatto Cavaliere della Corona d’ Italia.
Il che diede luogo tra noi alla mia espressione “Mò se ne cade ‘a Monarchia!”
E non c’ era bisogno di essere profeta.
Correvo da 5000 km. all’ indietro partendo da El Alamein, i bombardamenti aerei erano diuturni, a tappeto, fatti da diverse centinaia di bombardieri.

26.12.1974

Pur tuttavia svolgemmo intera la nostra attività giudiziale in materia penale.
Ricordo lo stupore dell’ ebreo Mazuz di Sfax due volte rapinato da carristi e spogliato di ogni suo avere liquido.
Cadde dalla nuvole quando nel volgere di qualche mese gli consegnai gran parte del suo denaro che avevo rintracciato a Nassa (Bergamo), a Bologna, a Roma presso il Ministero della Guerra, a Reggio Calabria in mano ancora ai rapinatori, che avrei tradotto in Tunisia per il processo davanti al Tribunale Militare se frattanto le cose non fossero precipitate.
A fine marzo (1943) sloggiammo da Sfax per Grombalia (30/40 km. da Tunisi) e qui subimmo il più terrificante bombardamento che rase al suolo tutta Grombalia.
Ad aprile fu necessario sciogliere il Tribunale di guerra per mandare tutti i componenti in Italia.
Ma la vie del rimpatrio erano praticamente chiuse e nessun nostro aereo riusciva a sfuggire alla caccia inglese.
Messo in libertà a fine aprile mi diressi col Ten. Col. Diegoli a Tunisi in cerca di qualche nave ospedale sulla quale tentare il passaggio del canale di Sicilia, ma questo non fu possibile e ci rassegnammo alla nostra sorte.
Quando il 7 maggio 1943 gli italiani viventi a Tunisi che affollavano la piazza della Cattedrale di Tunisi sparsero la voce che i carri armati inglesi erano già a Tunisi, ci ficcammo in un ospedale e quindi attendemmo che il nostro destino si compisse.
Verso sera avevamo messo al Comando dell’ Ospedale un Colonnello inglese che vi era ricoverato.
Chiudemmo le porte e ci rimettemmo a lui.
E ben presto venne l’ ordine di consegnare le armi, ciò che facemmo in uno dei cortili.
Prima di notte la mia piccola Browning faceva bella mostra col mio fodero nel cinturone di un capitano medico inglese.
Tutto il mondo è paese e chi non approfitta della situazione è fesso.
La prima notte di prigionia dormii su un letto di ospedale.
Avevo accanto Otello Diegoli Tenente Colonnello del Tribunale Militare di Sfax e il Maggiore Giovanni Corrado, genovese, che poi furono per 3 anni miei compagni di prigionia.
L’ indomani gli inglesi ci avevano già in gran parte consegnati ai francesi come pegno di guerra ed essi ci trasferirono alla Kasba di Tunisi dove aveva sede un altro nostro Tribunale militare e dove erano i nostri magazzini, già in gran parte saccheggiati.
La 2a sera dormii alla Kasba in una cella di condannati.
Diegoli dalla cella vicina temendo imminente un massacro di italiani gridava a me “Siamo in tomba” e la cella ne aveva tutto l’ aspetto !
Quel 2° giorno ci trasferirono in altri locali della Kasba, dove nei cortili c’ erano della baracche e dei locali vuoti già adibiti ad infermeria.
Avevo trovato un fetente materasso e lo portai con me per non dormire a terra.
Alla Kasba erano ammassati 5/600 tedeschi e 1500 italiani, tra i quali 40/50 ufficiali.
Diegoli più anziano di me era ammalato e così io mi trovai a comandare tutti i prigionieri raccolti alla Kasba.
Prima cosa regolare con rigidezza le necessità corporali da latrina.
Basta avere pratica di soldati nel momento euforico di fine guerra e di primi giorni di prigionia nei quali lo schifiltoso non sapeva più farla....nel buco e così bastò un giorno con la massa degli uomini gravanti su un solo buco dentro un piccolo cacatoio per avere escrementi umani a 10 metri e più intorno a quell’ unico buco.
Fu necessario pulire, rifare l’ accesso al buco e instaurare una sorveglianza rigida....,che dico feroce, perché chi non l’ avesse fatta nel buco riportasse i suoi escrementi nel buco e pulisse con acqua.
Per mangiare ci diedero delle pagnotte e qualche sacco di farina di ceci o di piselli.
Le cucine e i recipienti non bastavano per 2000 uomini circa e così cominciavo la cottura di buon mattino per distribuire un po' di brodaglia a tutti !
Per condire quei ceci o fave o piselli facevo raccattare le ossa di pecora abbandonate dai nostri guardiani marocchini per ricavarne un po' di grasso.
Se a notte verso le 10 di sera avanzava qualche cucchiaio di quella brodaglia, esso era mio.
Come comandante più elevato in grado dovevo essere l’ ultimo a mangiare !
E così feci.
Furono questi primi 12/15 giorni di prigionia nella Kasba di Tunisi che mi tolsero la prima buona dose di kg. di peso.
E non ricordo le altre fatiche tra soldati italiani che credevano di aver preso il cielo col dito e che abbandonavano verso i loro ufficiali ogni rispetto e disciplina.
Le raccomandazioni erano inutili.
Soltanto i 4/500 tedeschi erano indispensabili per disciplinare durante quei giorni di prigionia.
Il nostro soldato spesso veniva infilato nelle natiche dalle baionette del marocchino perché passasse in riga.
L’ ordine di restare nelle baracche nelle ore notturne - dato dai francesi - era inascoltato se passato da noi e gli eroi francesi dall’ alto di un balcone facevano crepitare il mitragliatore per farlo rispettare.
Stremati dalle fatiche diurne e dall’ assenza di vitto dopo 15 giorni di Kasba ci imbarcarono in treno diretto in Algeria.
Ci fermarono a circa 20 km. da Costantina e da qui ci mandarono a Liedi e Costantina.
Fu una marcia disastrosa nel corso della quale disseminammo le poche cose che eravamo riusciti a portare con noi.
Ci fu un momento che stavo per abbandonarmi sul ciglio di quella strada per non rialzarmi più perché i marocchini ci infilzavano per farci camminare ; ma superai la crisi.
A notte sotto un grosso tendone, dove per terra era stata messa della paglia, sentii un grande brivido di freddo prendermi per tutto il corpo.
Ritengo che sia stato quello il momento in cui insorse la mia bronchite, quella che oggi che scrivo mi conduce verso la fine !
L’ indomani ci ricaricarono sul treno verso Algeri per arrestarci ad un nodo ferroviario che deviava verso Sud, dirigendoci verso la nostra dimora definitiva di Saida a 800 metri circa sul mare nel piccolo Atlante a sud di Orano.
Gli altri militari, che proseguivano in treno verso Orano, sfilarono davanti a noi diretti a Saida e qui per la 2a volta nella mia vita militare (la 1a volta a Brescia) quei soldati per i quali mi ero sfinito nella Kasba di Tunisi si sbracciarono agitando fazzoletti a salutarmi nel momento del distacco.
Della vita militare queste sono le rare manifestazioni collettive del soldato verso il suo ufficiale.
Le altre sono individuali e ne ebbi a Orano e a Napoli da soldati che a me sconosciuti dicevano perché mi ricordavano.
Arrivati a Saida alla perquisizione ci tolsero tutto quanto era possibile asportare : a me la bussola e qualche scatola di latte condensato, a molti altri gli orologi da polso (il mio mi rimase).
Il binocolo Zeiss di guerra l’ avevo seppellito sotto un mucchio di immondizia della Kasba famosa dopo aver tentato di romperlo senza riuscirvi.
Il campo di Saida era una caserma della Legione Straniera avente la sede principale a Sidi bel Abes ed era costituito da tre corpi di fabbricati delimitanti un ampio cortile.
Ebbi con Otello Diegoli e Giovanni Corrado una cameretta con 2 finestre, 3 brande di ferro con materassi di paglia e un cuscino di paglia, 2 ruvidi lenzuoli di grossa tela.
La coperta fu quella che mi ero portato da El Alamein.
4 kg. di lana di una coperta da sottufficiale : devo ad essa la mia salute.
In mezzo due trespoli che sostenevano una tavola coperta di zinco , tre sedie, tre pezzi legno su sostegni di ferro dove appoggiare le nostre cose (lo zaino, la gavetta, i libri) e che correvano lungo le nostre brande.
Dietro la testata (inesistente) della mia branda una finestra a 2 ante che dava sul cortile interno con le cucine e le latrine.
Questa finestra era in corrispondenza con la porta d’ ingresso e il vento invernale freddo mi passava sul testone.
Alla mia destra un’ altra finestra accanto alla quale si allungavano le due brande dei miei due compagni di prigionia, Diegoli e Corrado.
Difficile fu acconciarsi ad un lungo soggiorno in quella caserma sorvegliata da spietati Marocchini, che in tre anni tanti colpi di fucile spararono e tanti prigionieri stesero a terra coi loro fuciloni (credo i vecchi Chassepote) della campagna di guerra francese in Italia del 1869 !
Avevo portato a mano in una borsa da avvocato il codice penale e di procedura penale, il codice penale militare, un piccolo vocabolario inglese-italiano, la grammatica inglese del Lisle e il Calendario Atlante De Agostini del 1940 denso di notizie e su questi libri cercai svago e conforto: ma mancava tutto, soprattutto carta e inchiostro.
Quest’ ultimo fu presto trovato in quell’ inchiostro copiativo che era in uso allora e che era sempre buono, perché quando la boccetta si disseccava, bastava l’ acqua per allungare l’ inchiostro.
La carta era introvabile.
Circolavano dei giornali in lingua francese e scoperto un codice civile in mano al giovane sottotenente avv. Vittorio Vadalà di Reggio Calabria, ordinato da Rosario Niccolò, credo che ne copiai gran parte tra gli spazi bianchi del giornale.
La fatica però era enorme e lo sforzo per la scrittura tra le righe stampate intaccava la mia vista.
Raddoppiai così la mia miopia.
A furia di insistere arrivò la carta, cioè quelle vergata leggera quadrotta da macchina da scrivere e da quel momento i miei studi divennero più facili e ordinati.
In aggiunta mi comperai i cucinieri del campo, che mi riservavano i sacchetti rossi o grigi della farina di fave o di piselli ed ai quali io corrispondevo 1 franco francese per ogni sacchetto !
Con 10 franchi al nostro spaccio interno di poteva acquistare 1 kg. di datteri secchi che davano ancora qualche nutrimento oppure della marmellata di uva che serviva a dare un po' di energia ai nostri corpi debilitati.
I 40 Ufficiali medici, che erano prigionieri nel nostro campo, stabilirono che le calorie del nostro vitto non superavano le 750 giornaliere : ben poca cosa rispetto alle calorie necessarie per tenere su un uomo (il doppio almeno).
Con l’ arrivo della carta potetti lavorare molto.
Avevamo una sala di riunione e qui gli ingegni italiani si susseguivano tutti i giorni per ogni possibile studio.
L’ avv. Ferraris (ora a Lecco) dotto in diritto canonico teneva scuola di questo diritto.
Don Feliziani dottissimo in storia della Chiesa e del Papato ci intratteneva giornalmente su questa materia.
Ma c’ era chi insegnava matematica, l’ inglese, musica persino.
Organizzai io questi studi appena fu possibile per tenere desta l’ energia intellettuale di questi prigionieri (1500 ufficiali - 500 soldati), ma la fame era grande e pochi di essi resistevano per una settimana a venire a lezione.
Io tenevo ogni giorno lezione di diritto civile e di procedura civile, di diritto penale e di procedura penale.
Al campo c’è erano almeno 150 giovani avvocati o studenti di legge, ma era difficile farli alzare dalla branda dove si avvilivano.
Molti di essi - 50 circa - erano entrati in prigionia col libro di 52 carte da gioco e per giornate intere si accanivano nel gioco del bridge.
Scopersi che tra i 1500 ufficiali almeno 400 erano pronti a prodursi in rappresentazioni teatrali.
I gruppi erano almeno 8/10 che scrivevano commedie e le recitavano e c’era chi si esibiva in strascichi femminili, fatti di stracci, nelle più recenti canzoni.
Fu di grande sollievo per i prigionieri l’ uscita dal campo per più giorni alla settimana durante la mattinata.
Ci si poteva muovere entro un raggio di 4/5 km. intorno al campo e non c’ era pericolo d’ evasione.
La frontiera più vicina era quella del Marocco spagnolo e distava 200 km. che non si fanno da chi non è arabo o francese e non ha soldi né da mangiare.
Grandi sussidi di libri, di carta, di strumenti musicali, di attrezzi da giuoco ci vennero da un istituto americano dei giovani cristiani, che ci fu prodigo di conforti.
La biblioteca era tenuta dal sottotenente Ernesto Negri, a me tanto affezionato e non solo per quel pezzo di pane che a lui affamato io riservavo tutti i giorni.
Quando poteva cuoceva un barattolo di lenticchie in cortile sotto un fuoco di carta straccia e me ne portava un cucchiaio.
L’ arrivo della carta mi permise di farmi un codice tutto mio e copiai da cima a fondo tutto il codice civile nuovo, la legge sul fallimento, la legge sugli assegni e sulle cambiali e tutto il nuovo codice di procedura civile.
Già copiando il codice civile sulla carta da giornale io, che mi piccavo di sapere qualche cosa in obbligazioni solidali, cercavo di approfondire la materia, ma avuto il codice mio mi diedi a più accurate ricerche, le quali mi portarono ad allargare il mio campo di indagini.
Finii perciò a mettere su ogni parola o quasi di ogni articolo l’ indicazione di altro articolo dello stesso codice e quando era possibile un articolo che indicava il concetto globale emergente dalla particolare norma di legge.
Venne fuori così - e molto facilmente - un lavoro di vivisezione degli articoli di legge e di smantellamento degli stessi di grande utilità per lo studioso che dovendo annotare una parola con un articolo del codice o questo articolo lo sapeva per N° o se lo doveva cercare e scrivere.
Io finii perciò per leggere articoli del codice civile scrivendo numeri di altri articoli e feci colpo per molti anni presso i miei colleghi ad indicare articoli del codice ad ogni concetto (ad esempio possesso art. 1140 - vendita 1470 - locazione 1571 - mutuo 1813 - comodato 1803 - ipoteca 2808 - privilegio 2745 ecc.).
La quale cosa era facile e semplice, mentre più difficile era ricercare l’ articolo rispondente ad un concetto non espresso apertamente dal codice.
Così trasferimento e vendita (1470), godimento e possesso (1140) e via di seguito.
A questa vivisezione mi aveva portato la ricerca sulla pluralità o degli obbligati (solidarietà) o dei creditori solidali, oppure sulla unità o inscindibilità delle o delle obbligazioni che si traduce in solidarietà rispetto a più persone che ne sono obbligate (divisibilità e indivisibilità).
Terminate il 4.2.75

Giovanni Forte